La
definizione che ho preso in prestito da un sito di
ricerca medico-scentifica, può essere ulteriormente
integrata, aggiungendo che, al concetto di morte
senza dolore, si aggiunge quella di MORTE CON
DIGNITA’, quasi a voler sottolineare il diritto
che ciascuna persona deve poter avere del proprio
ESSERE, del proprio esistere, del proprio
se stessi e non dipendere da altro e altri.
Non è facile da approfondire l’argomento,
soprattutto se si vanno a scontarsi, aspramente,
idealismi cristiani e razionalistici. Un dato
inequivocabile mi ha fatto molto riflettere: pensate
che l’80% delle morti in occidente non avviene più
in casa propria, ma all’interno di una corsia di
ospedale ed il 50% di queste realtà si lascia
caratterizzare dal completo isolamento del malato.
A leggere più approfonditamente un po’ di storia
sull’argomento, sono venuto a conoscenza che questa
“questione spinosa” non è propria della
nostra epoca. Addirittura, è stato uno dei motivi
più contrastanti, fin dal principio della medicina,
che ha obbligato i dottori a farne un disciplinario
ideologico. Avete mai sentito parlare del
“giuramento di Ippocrate”?, dove c’è un passaggio in
cui si obbliga il dottore a “non somministrare a
nessun essere umano, anche se richiesto
esplicitamente, alcun farmaco mortale né suggerirne
un tale consiglio.”
Questo dato evidenzia ulteriormente l’importanza e
lo spessore di questa “morte dolce” sempre ricercata
nei tempi antichi anche se, c’è da dire, rispetto a
tanti decenni fa, la vita ha saputo raggiungere
tempi molto più lunghi di attesa e sopportazione.
Malattie che un tempo erano difficili da prevenire o
curare, oggi si sopportano molto più a lungo,
sapendole combattere più arcignamente e lasciandoci
vivere, o sopravvivere, più a lungo possibile,
reggendo silenziosamente il dolore fisico e mentale.
Questo è il dato che fa riflettere: oggi si muore
non più per malattie acute, ma per quelle croniche e
degenerative legate alla vecchiaia. La medicina è in
grado di controllare e fungere da sostitutivo alle
funzioni vitali dei più importanti organi e, quindi,
riesce a tenere in vita in maniera anche indefinita
o, comunque, prolungando la vita oltre ogni
limite e aspettativa.
Leggo che trent’anni fa l’imperativo del “vitalismo”
(tenere in vita il più a lungo possibile) era
una conseguenza medico/scientifica del non conoscere
fino in fondo la malattia stessa. La si prolungava,
esclusivamente, per provare a studiarne sintomi,
patologie e comportamenti. Oggi, però siamo in grado
di fare molte più cose di allora, avendo dalla
nostra una conoscenza approfondita del corpo umano;
ed è qui che si scatena la diatriba: “vale la pena
tenere in vita artificiale un corpo che non può più
reggere l’urto di un male incurabile? Ha senso
sfidare la logica naturale di un corpo ormai vinto
dalla morte cellulare? Potrebbe essere più giusto,
evitare di aspettare miracolose guarigioni,
lasciando esercitare ai parenti il “diritto di far
morire i propri cari con dignità?”
Il mio editoriale non vuole far scegliere da quale
parte stare ma, soltanto, spiegare di più su questa
“pratica”.
Esistono 2 forme differenti di eutanasia. Una prima
“attiva”, dove il medico curante, accogliendo la
richiesta di un malato terminale, per il quale non
vi siano più speranze, non solo di guarigione o
miglioramento, ma anche di attenuazione della
sofferenza, somministra un farmaco ad azione letale
(dopo averne fatto, ovviamente, sottoscrivere la
richiesta all’assistito, completamente cosciente di
intendere e di volere); ed una seconda “passiva”,
che consiste nel sospendere una determinata terapia
che serve a prolungare la vita e, quindi, la
sofferenza del paziente e di chi lo accudisce.
C’è anche una variazione al cosiddetto “suicidio
assistito” e si verifica quando un medico, od altra
persona, fornisce un veleno all’ammalato, che ne
abbia fatto esplicitamente richiesta, e venga
ingerito dal richiedente, senza collaborazione
alcuna da parte di altri (diciamo.. un suicidio
bello e buono!)
Sulle due (o tre) varianti della eutanasia
credo che tutti noi ce ne siamo fatti un’idea
abbastanza precisa anche se parliamo sempre di casi
in cui il paziente (o moribondo) sia
cosciente e sia lui stesso a chiedere di morire. Ma
quando è incosciente? In coma profondo e
irreversibile? In uno stato vegetativo irriducibile?
E’ qui che sorgono i problemi. Finché siamo noi a
decidere sul nostro destino, sarà un problema
nostro: sia di coscienza che di moralità e
cristianità. Capirete bene che il vero “quesito” si
mostra irriverente e difficile di risoluzione
proprio quando il proprietario (o l’usufruttuario
vita natual durante del proprio corpo) non è più
in grado né di decidere e, tanto meno, di far
sentire la propria voce con cui denunciare le sue
ultime volontà, dando fine al suo patimento con una
morte dolce o chiedere ancora, insistentemente, di
provare a tenerlo in vita in attesa di chissà che
cosa!
Il problema non riguarda solo una sfera prettamente
etico/morale, ma riveste aspetti di natura giuridica
che nessun organo umanitario od associazione può
sostituire alla volontà di un legislatore che deve
legiferare e giudicare nell’interesse del diritto
dell’uomo che è NON COMMETTERE OMICIDI! (Evito
di menzionare la sfera della chiesa che, reputando
sacra la vita umana, neppure considera l’ipotesi che
un uomo possa liberamente decidere sulla propria
vita, figurarsi se ammette che possa farlo su quella
di un altro uomo).
Un qualcosa però si è ottenuto da tutto questo
trambusto; tutti gli organi competenti si sono
espressi contro l’eutanasia, consentendo soltanto la
sospensione del cosiddetto “accanimento
terapeutico”, cioè quei casi in cui si adottano
provvedimenti assistenziali, strumentali e
medicamentosi, finalizzati a prolungare
artificialmente la vita, anche in assenza di
qualsiasi speranza o certezza medica di guarigione o
sopravvivenza.
Per me questo è un passaggio davvero importante. Non
vogliamo e possiamo decidere sulle sorti di una vita
umana, ma non possiamo neppure mantenere in vita un
corpo senza “anima” lasciando vivere nell’inferno
chi lo assiste, e non si può o si deve arrendere e
spera… spera… spera.. spera che accada qualcosa di
sorprendente e ritorni a vivere o… muoia per sempre!
Chiudo questo lungo editoriale “informativo”
riportando anche lo stato giuridico dell’eutanasia.
Ho raccolto altri dati, dai tanti siti web che
trattano la dolce morte, e li rigiro a voi
così da avere un quadro davvero COMPLETO.
In
Italia l’eutanasia, specie quell’attiva è
considerata alla stregua di un omicidio volontario
anche se con le attenuanti. L'articolo 579 del
codice penale afferma " chiunque causi la morte
di un uomo con il consenso di lui é punito con la
reclusione da 6 a 15 anni". La stessa pena é
prevista anche per il suicidio assistito " se si
fornisce ad un ammalato un veleno che il paziente
ingerisce da solo, si commette omicidio del
consenziente". Sanzioni penali sono previste
fin’anche dall'art. 580 (istigazione ed aiuto al
suicidio).
Nel mondo invece: negli USA la Corte Costituzionale
Federale ha sancito il diritto di ciascuno Stato a
poter legiferare in proposito; soltanto lo Stato
dell’Oregon ha legiferato per la liceità e legalità
del metodo della morte dolce. Clamoroso, sempre
negli U.S.A., il caso del dott. Kervokian,
processato e condannato per aver praticato
l'eutanasia attiva su 100 pazienti terminali. In
Olanda è tollerata da circa venti anni solo a
determinate condizioni: ci deve essere la reiterata
richiesta da parte del paziente e la compilazione da
parte del medico di un questionario comprendente
cinquanta domande (nel 1999 vi sono stati ben
2216 casi), nel novembre 2000 è diventata legale
per legge del Parlamento. In Austria esisteva una
legge regionale permissiva abrogata però nel 1997.
In Svizzera é previsto e tollerato il suicidio
assistito.
E'
operante e riconosciuta una associazione denominata
"Exit”, che conta circa 60.000 aderenti, il
cui scopo é quello di assistere ed aiutare al
suicidio coloro che ne facciano richiesta.
E’
recentissimo il pronunciamento in favore
dell’eutanasia anche da parte della Chiesa
Calvinista.
Basta così. D’informazioni ne abbiamo
raccolte a sufficienza per farci un’idea più chiara
su cosa vuol dire “eutanasia”… “morte indolore”…
“suicidio assistito” e… rispetto alla vita o alla
morte volontaria!