L’elenco è davvero
notevole; si parte dal medico senza frontiera,
all’insegnante missionario, dal netturbino, al
poliziotto, dal giudice al ricercatore e via
dicendo.
Ma… su uno di questi
“lavori” voglio soffermarmi con voi. Uno di quei
mestieri che si svolgono per “amore”, piuttosto che
per stipendio. Una missione, a dirla tutta.
Sto parlando degli
infermieri e di tutto quanto si possa racchiudere
nel mestiere di assistenti al dolore e la
malattia!
Non ho mai scritto
editoriali sui mestieri, credendo che parlare
d’amore sia qualcosa che riguardi la sola sfera
degli innamorati, delle passioni cocenti e delle
emozioni dell’anima… ma mi sono sempre sbagliato.
L’amore non può essere solo benessere interiore,
frasi mozzafiato e tramonti rossi da infuocare il
cuore… NO!
L’amore è amare la
vita e tutto ciò che la anima, la colora, la
alimenta… l’accudisce e la salva!
Ultimamente mi è
capitato di frequentare spesso le corsie degli
ospedali e mi sono reso conto di quanto sia facile
incrociare mani da ANGELO che, per mestiere, SALVANO
LA VITA!
Si è sempre
sostenuto (a giusta ragione) che la mancanza di
buona salute porta a sentirsi indifesi, vulnerabili
ed insicuri. Se ci ritroviamo in un letto d’ospedale
diventa imprevedibile ogni nuovo giorno, ed anche
l’addormentarsi diventa “tremendamente preoccupante”
se quella notte non finisce mai di impaurire.
E fra le spire di
tante insicurezze e paure (che siano tue o dei tuoi
cari) è meraviglioso trovarli lì, puntuali al loro
posto, a correre nei loro pochi panni dietro ad ogni
lamento, richiamo e dolore. Sono sempre presenti;
non ci sono scioperi che tentino; non c’è cartellino
da timbrare in tempo, quando a chiedergli di stare
ancora accanto è la disperazione e gli occhi
arrossati dalle lacrime di quanti si sentono morire
dentro.
A me fa una
tenerezza incredibile ritrovarmi negli ospedali
(soprattutto quelli che curano la malattia
infantile) e non ne esco mai bene; un velo di
malinconia mi assale e mi tiene compagnia a lungo. E
fra tutti gli scoraggiamenti che reggo a stento,
quello che più mi umilia e mortifica è l’incontrare
persone sole, abbandonate a se stesse, in una
lettiga di transito su un lato di una stanza piena
di altri letti e di tanti altri familiari estranei…
Una stanza piena di suoni, parole, carezze per gli
altri… tranne che per te, dimenticato dai tuoi
parenti.
Ma poi è bello,
tutto d’un tratto, veder spuntare dalla porta
l’infermiera di turno, che si avvicina, regala un
sorriso di convenienza, consegna pillole e parole di
conforto e passa all’altro letto… mentre sul viso
della solitaria di turno si affaccia un po’ di
sorriso per sapersi ancora importante per
qualcuno.
Quello è il mestiere
degli ANGELI DI CORSIA… che per ogni sorriso
raccolto hanno collezionato un nuovo pezzo d’azzurro
per il loro Paradiso.
Non è una sviolinata
la mia e, tanto meno, il dovermi scusare con
qualcuno. Lo faccio solo perché mi ha impressionato
quello sciame di viavai, che si anima laborioso in
un ospedale come in un affollato alveare, per
rispettare un compito importante: assistere con
amore.
Mi fermo qui.
E’ breve questo mio
editoriale, proprio perché adesso stanno per
trasmettere in tivù una serie televisiva che li
racconta in maniera molto vera, ed io li vado a
vedere e fare il tifo per loro, perché è bello
sapersi dalla parte della bontà ed incitare questi
ANGELI, senza un Paradiso da conquistarsi, ma… un
altro padiglione, una cartella clinica ed un numero
di paziente da coccolare un po’ per rendergli meno
duro e imprevedibile il VITALE DIRITTO di guarire e
sperare di sentirsi meno solo al mondo.