l'allegria rende meno INFELICI?


 

Oggi voglio iniziare da una domanda.

Secondo voi, cos’è che vale la pena inseguire di più nella vita: le tante allegrie momentanee, che movimentano la quotidianità, o la felicità perenne, fatta anche di un solo evento unico, raro ed irripetibile, che merita di essere conquistato con una lotta che può durare tutta una vita?

 

Io, ad esser sincero, non so da quale parte stare.

Beneficiare di un’allegria che si ripete e sa carburare gli stimoli è un bene di fondamentale equilibrio, ma qualcuno potrebbe dirmi che l’accontentarsi non gratifica e, specialmente, non fa sentire soddisfatti.

Come dire: cercare di accontentarsi dell’allegria, solo perché è troppo rara e difficile da ottenere “la felicità”. Ma così dicendo è un po’ come voler accontentarsi di saltare… senza riuscire mai a volare.

 

Mi rendo conto che spesso confondiamo i due valori. Diamo ad entrambi gli stati d’animo le sembianze di qualcosa che ci fa stare bene, ma… non sono la stessa cosa.

 

Proviamo ad analizzare i due sostantivi direttamente dal vocabolario.

FELICITA’ = non c’è una definizione ben determinata (e ciò già dovrebbe far riflettere sulla sua complessità).

Si parla di sensi figurati come la felicità incontenibile, di determinati momenti, di un espressione, di un momento.

E’ pieno di sinonimi questo termine e ne riporto solo qualcuno: beatitudine, benessere, contentezza, delizia, esultanza, gioia, serenità, soddisfazione.

Passiamo, adesso, all’ALLEGRIA = stato d’animo lieto e festoso (almeno è ben definito).

Di sinonimi, anche in questo caso, c’è né da farne incetta: brio, buonumore, gaiezza, gaudio, giubilo, giulività, ilarità, letizia, tripudio.

 

Sembra che in entrambi i casi sia molto meglio raggiungere i suoi derivati (sinonimi) piuttosto che rincorrere l’assoluta felicità… (di per sé, indefinita e complicata anche da descrivere in un vocabolario)

Eppure ci ostiniamo a ricercare sempre la parte più insidiosa di una sfida, chissà il perché!

Ma poi, a pensarci su, perché è tanto difficile raggiungere la felicità, se anche per un vocabolario non è altro che un senso figurato? Cos’è che ci spinge a cercarla ostinatamente, fino a lasciarci deprimere, abbuiare e immalinconire se non la facciamo nostra?

Perché non ottenere le felicità nella vita ci rende insoddisfatti e… IN…felici?!

 

Ascoltando un premio Nobel, intervistato sul valore che riserva per la felicità, mi ha impressionato la sua analisi.

Lui sostiene che la felicità non è uno stato d’animo da raggiungere, ma un equilibrio interiore di cui non se ne ha mai abbastanza.

Cerchiamo la felicità per meglio commiserarci nei riguardi dei fallimenti e delle insoddisfazioni della vita. Siamo insoddisfatti del lavoro che svolgiamo, della donna che amiamo, del mondo che ci circonda, delle tante sere inutili sprecate a non far niente: tutti questi insuccessi di entusiasmo ci rendono infelici!

 

Forse è proprio vero che la felicità è un treno che passa di notte, mentre noi dormiamo e sogniamo; che ci lascia solo desiderare il suo viaggio… senza mai lasciarci salire sulle sue carrozze per farci trasportare lontano.

Corre troppo in fretta la felicità… va troppo spedita… non ha previsto fermate sotto casa nostra e tutto ciò non fa altro che aumentare la nostra insoddisfazione per la misera pochezza di gioie felici che restino indimenticabili.

 

Forse la vera cattiveria che è contenuta nella felicità, non è tanto la difficoltà ad afferrarla, quanto la tristezza che riserva a quanti non riescono mai ad agguantarla.

Ed allora, mi chiedo, e rivolgo questo quesito personale anche a voi: data la difficoltà a farla nostra questa dispettosa “donna felicità”… non sarebbe meglio accontentarsi del suo equilibrio inferiore?

Non sarebbe meglio ambire a tante piccole allegrie, che ci alleggeriscono i pesi degli affanni, piuttosto che saperci incompleti a vita per non saper mai acciuffare una sola oncia di questa inafferrabile e rara felicità?

 

Di felicità ne rincorro il profumo… dell’allegria ne bevo il sapore.

 

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