Tempo fa ricordo di
una e-mail speditami dal mio editore che,
all’ennesima domanda dalle mille e più risposte,
nonostante mi fossi scusato in anticipo per il
fastidio che continuassi ad arrecargli, lui mi
rispose così:
“come diceva il
buon Seneca nelle “Lettere morali a Lucilio” il
tempo è qualcosa che non si può restituire e che,
quindi quando una persona ti cerca, ti scrive, ti
parla ti sta’ donando il suo tempo. Ti sta’
regalando parte di sé, lasciandoti il tempo di
ascoltare.”
Mi sa che il Seneca
avesse proprio ragione al riguardo. Ed oggi, più di
allora, è appropriata la consapevolezza che il
dedicarsi ad altri sia un vero è proprio DONO che si
regala. (ma non vorrei che la mia considerazione
fosse intesa come un’arroganza od una presunzione.)
Qui non si parla degli eroi televisivi o gli uomini
dal portafoglio sempre ciccione, che ci
regalano il loro tempo importante e prezioso… NO!
Io mi riferisco al
tempo che rubiamo (o ci lasciamo dedicare) in
qualsiasi occasione, da parte di tutti; tutti quelli
che arricchiscono di VITA la nostra esistenza.
L’amico del banco
affianco; il cameriere del bar alla stazione; il
parroco del quartiere; il vicino di casa; il collega
di lavoro; l’amico di sempre e l’amore di oggi.
Insomma intendo dire TUTTI, nessuno escluso.
Da una statistica
che ho letto poche sere fa, sembrerebbe che la
teoria del “rispetto a chi ci dona il suo tempo” sia
qualcosa di antiquato e scontato. Lo diamo per
certo, ed in questa leggerezza, ne confondiamo la
sua immensità.
7 italiani su 10
(soprattutto al nord) passano più di mezza esistenza
da SOLI!
Ripeto la
statistica con un esempio pratico: un uomo ad
ottanta anni avrà vissuto più di quaranta anni tra
il dormire e lo stare da solo.
Alla faccia della
globalizzazione e del nostro sentirci uniti da
profondi ideali e forti idealismi.
Un esempio su
tutti? Le chat! Quanti di voi le frequentano? Anche
lì, nel centro esatto di una ridda incredibile, c’è
una necessità infinita di donarsi.
Purtroppo, e
sottolineo il purtroppo, confondiamo con
incredibile facilità la disponibilità con la
violenza (intesa come scrittura e maleducazione).
Guai ad imbatterci
in un uomo che ci confida che si sente un po’ solo.
Se non siamo in “giornata storta” ci limitiamo ad
ignorarlo. Ma, se ci stiamo trascinando dietro
qualche guaio od insoddisfazione, o vogliamo fare la
parte del predicatore, non ci fermiamo solo ai
rimproveri. Andiamo oltre: umiliandolo e
rinnegandolo, perché è assurdo che ci si possa
sentire soli in un tempo come questo dove basta un
Play Station per sfogare la rabbia ed un bel canale
porno per affondare le repressioni sessuali.
Se invece, il
contatto è di sesso femminile, lo scenario cambia
totalmente (almeno dal lato maschile intendo). Ci
mostriamo teneri e disponibili, perché nella nostra
mente l’abbiamo già conquistata ed pronto a noi un
corpo di donna frustato e disilluso, da poter fare
nostro!
Una povera vittima
che ha bisogno di tenerezza e conforto. Gli
regaliamo il nostro tempo migliore, ma… solo per
raggiungere lo SCOPO!
Ma, se quella donna
afflitta e insoddisfatta della propria vita, dovesse
respingere le nostre avance (per non chiamarle
malvagità) diventiamo cattivi, come gli orchi nelle
favole. La respingiamo; il più delle volte
mancandole di rispetto o augurandole futuri ancora
più lacrimosi e tedi.
Ed è qui sbagliamo
clamorosamente, perché quale arroganza ci spinge a
trattare così male chi ti sta offrendo il suo tempo
per raccontarsi e cercare in te uno spiraglio, un
conforto, un aiuto?
Potrei farvi altri
mille esempi di questa solitudine che ci vieta di
donarci agli altri nel nostro tempo più delicato.
Vi è mai capitato
di trovarvi al centro di una piazza affollata e
sentirvi incredibilmente vuoti e soli dentro? (A me
tante volte.)
Passeggiare accanto
a mille volti, ed essere costretti ad abbassare il
capo se i tuoi occhi incrociano quelli di un
estraneo, che è lì con i suoi pensieri a raccontarsi
la vita, nell’angusto spazio della propria mente.
Perché questo
desolamento tanto esasperato? Perché costruire
monologhi lunghissimi dentro di noi e non avere la
forza di spingere il fiato fuori dai polmoni e
trasformarlo in voce che racconta? Perché questa
paura ed imbarazzo a raccontarci?
Perché, invece di
denunciare le proprie angosce, preferiamo tenercele
dentro… segregate nel buio solitario delle stanze
del cuore? Paura? Di cosa? Di essere criticati?
Sentirci ancora più piccoli ed insicuri?
Non dovrebbe essere
così in tempi come questi, dove riusciamo a parlare
con un amico lontano migliaia di chilometri,
restandocene a casa nostra, e puntando gli occhi su
una webcam. Non dovrebbe accadere che ci fermiamo al
semaforo, immersi nei nostri pensieri mattutini, e
infastidirci se quello della macchina accanto ci
sta’ guardando. Anche lui potrebbe avere bisogno di
raccontarsi, sfogarsi, regalarti un po’ della sua
vita, per provare a correggersi, analizzarsi o,
molto più semplicemente, passare un po’ del suo
malinconico e solitario tempo… ad ingannare il
TEMPO… parlandoci intorno!
Forse l’isolamento
e la solitudine saranno davvero i mali del futuro
dell’umanità. Sempre più facilmente ci troveremo
chiusi nelle nostre case a far niente di meglio che
sprecare tempo... Ci stanno attrezzando la vita di
mille comodità. Un computer diventa consolle
multimediale, e restando seduti su una poltrona
moviamo ogni interruttore di casa. Un videogioco ci
serve per reprime la rabbia o dedicarci un
rilassante pomeriggio di tranquillità, senza il
bisogno di cercare nessuno con cui scambiare qualche
chiacchiera.
Non vi parlo della
tivù poi, e delle mille possibilità che ci offre…
sottraendoci il piacere di stare più insieme (perché
a casa, stravaccati su un bel divano, senza nessuno
che ci rompa le scatole, ci si sta’ da Dio! Vero?)
Mi sa che se non
corriamo ai ripari, c’è il rischio che fra non molto
neppure le scuole serviranno più. Faremo tutto da
casa. Il nostro bravo insegnante virtuale saprà
farci diventare geni della cultura senza il bisogno
di matita e cartelle.
Bene… cosa si può
volere di più?
La comodità in ogni
ambiente ed aspetto sociale è quello che inseguiamo
per tutta una vita. I dotti, gli scienziati ed i
grandi “genialoidi” ce la stanno mettendo tutta per
farci sentire in mezzo al mondo, anche restando
dentro casa, chiusi al riparo da tutto e tutti,
perché in TEMPI come questi… non val la pena
rischiare di perdersi il proprio TEMPO migliore a
frequentare gli altri… tanto sappiamo star bene
anche da soli, ingannando il TEMPO con mille inutili
utilità.
Cosa volete che vi
dica in conclusione? Mi piace alimentare il mio
piccolo sogno di ritornare davvero a frequentarci di
più. A diventare impiccioni della vita degli altri,
ma non per difetto, ma per il piacere di sentirsi
più uniti.
Due anni fa ho
partecipato alla giornata mondiale dei giovani e non
riesco a dimenticare nessuno di quei volti
sorridenti e disponibili al contatto, alla
frequentazione, al dialogo, allo scambio di parole.
Io credo che quello sia un buon punto di partenza,
ma non bisogna aspettare l’evento occasionale per
sentirci più uniti.
Le occasioni sono
davvero tante per dimostrarci sensibili e
disponibili a donarci in maniera naturale e sincera.
Provateci anche
voi, vi lascio qualche indirizzo:
le corsie di un
ospedale, quelle di uno ospizio, di un penitenziario
o del supermercato. Un corridoio dell’ufficio, del
pianerottolo di casa… della prossima e-mail nella
nostra casella di posta che invece di cestinare
all’istante potremmo provare a… fare un po’ più
nostra, rispettando chi ha dedicato tempo a quel
messaggio perché, comunque sia, ci ha regalato un
po’ di se stesso, sottraendolo ad altri.
Oggi si commemora
la giornata del LAGER. Si ricorda a tutti
l’indicibile sofferenza e disumanità che 20 milioni
di ebrei sono stati costretti a subire.
Non ho il TEMPO per
parlare di loro adesso, ma… forse, questo è l’unico
caso in cui, nel rispetto di chi ha subito quella
crudeltà imperdonabile, c’è poco da parlare… (anche
perché, vedrete, lo faranno in tanti oggi).
Forse questo è
l’unico caso in cui il tempo che possiamo donare in
ricordo di quei martiri della guerra è fatto solo di
ossequioso SILENZIO!