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BANCHI VUOTI... destini segnati
Gianfranco Iovino
Pubblicato da Gianfranco Iovino in BLOG di Gianfranco Iovino · Lunedì 23 Feb 2026 · Tempo di lettura 3:15
Tags: BLOGDIGIANFRANCOIOVINO
Si è partiti dalla questione relativa alla mancanza di alfabetizzazione scolastica — obbligatoria in Italia fino ai 16 anni — per poi passare alla “diseducazione dei figli alla socialità” e approdare, infine, al tema della “responsabilità genitoriale” con la conseguente sottrazione dei minori.
Un riepilogo conciso, che sarebbe perfetto come sinossi di un romanzo, anche se parliamo di una realtà venuta a galla nel novembre 2025 e che, ancora oggi, non accenna a placarsi.
Lasciando però in disparte sentenze del Tribunale, il sentire comune e il parere degli esperti del settore, voglio concentrarmi su una percentuale che pochi hanno fatto emergere e che amplifica di molto la questione EDUCAZIONE OBBLIGATORIA.
Sapete, in Italia, quanti sono i minori che abbandonano la scuola senza ultimare gli studi obbligatori?
Stima aggiornata alla fine del 2024: assenteismo tra il 10 e l’11,5% (circa 431.000 ragazzi).
Tra le cause più comuni trovano spazio il disagio psicologico, dovuto a disturbi d’ansia e stress correlati all’ambiente scolastico, che può determinare depressione, isolamento sociale e bassa autostima, soprattutto quando scendono in campo il bullismo e il razzismo verso differenze di sesso, religione ed etnia.
Ma un fattore importante è anche la povertà socio-economica della famiglia che, tra conflitti e disagi esistenziali, induce i propri figli ad abbandonare gli studi, ritenendoli superflui o non utili “a tirare a campare”.
E allora, proiettando i dati verso una forte crescita esponenziale, c’è da chiedersi dov’è la radice di questo problema.
E sono certo che bisognerebbe iniziare dagli insegnanti e dagli “attori in campo”, ai quali chiedere maggiori consigli, opinioni e suggerimenti per comprendere meglio cosa porti un ragazzo ad abbandonare la scuola e perché l’istruzione non sia più percepita come un diritto-dovere.
Credo che individuare i disagi in un alunno sia un compito necessario dell’insegnante, così come allargare i campi della disciplina didattica fino all’uso di nuove tecnologie più stimolanti, per una scuola che da molti è ritenuta ancora “troppo antica” (nei metodi e negli argomenti affrontati).
Sarebbe utile, secondo me, estendere la scuola a un tempo più pieno e lungo (favorendo anche nuove assunzioni), oltre che diminuire il numero di studenti nelle classi superaffollate e riuscire a scuotere la coscienza di quei genitori che, pur sapendo quanto la scuola serva, permettono che il “portare i soldi a casa” o lasciare ai figli la scelta sul proprio futuro, prevalga sull’istruzione.

Molti avranno visto la fiction su Eugenia Liguori, preside combattiva disposta a tutto pur di salvare i ragazzi da destini segnati dalla violenza e dall’ignoranza, interpretata magistralmente da Luisa Ranieri.
Lei è una donna forte, un’eroina da emulare, anche se, sono certo, esistono molte altre “Liguori”, che quotidianamente si battono e combattono l’ottusità di genitori e familiari irresponsabili, convinti che “la scuola sia tempo perso”.
Sono partito dalla “famiglia del bosco”, di cui si parla fin troppo, per dirottare il pensiero sull’importanza di ognuno di noi, di fronte a un ragazzo o a un genitore che preferisce il lavoro o i tavolini del bar al banco di scuola, di sforzarsi a fare la propria parte per convincere che “apprendere e istruirsi rende l’uomo migliore”.

Vi saluto con un bel pensiero di Don Lorenzo Milani che chiude perfettamente il mio pensiero di oggi: “Se si perdono i ragazzi più difficili, la scuola non è più scuola, ma un ospedale che cura i sani e respinge i malati.
 












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