pensieri sottovoce di Gianfranco Iovino - Gianfranco Iovino

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LA MIA VITA IN UN FOSSO

Gianfranco Iovino
Giochiamo di fantasia?
Bene. Immaginate che proprio adesso, nel bel mezzo delle vostre solite cose di ogni giorno, qualcuno bussi alla porta chiedendovi di seguirlo, insieme a tutta la vostra famiglia, riempiendo una sola valigia di pochi stracci, e di fare in fretta perché... non c’è tempo, o se ne è già perso troppo!
E mentre ci incolonniamo ad una fila infinta di altre persone, smarrite e impaurite come noi, perché minacciate
da fucili puntati contro, qualcuno ci insulta e ci spintona, chiamandoci traditori.
Seguiamo un’orda incredibile di persone, operai e contadini, commercianti e artigiani, impiegati e dirigenti, con in comune la stessa nostra lingua parlata e l’appartenenza al tricolore nazionale.
Il viaggio è lungo, e assume sempre più i toni di un esodo; una deportazione verso qualcosa che non conosciamo,
o ancora non ci è dato comprendere, che bisogna affrontare in silenzio, chi su un carretto, altri su affollatissimi treni, chi su una nave e tanti, troppi… addirittura a piedi, fino a quando non ci chiedono di fermarci, per poi
essere divisi in piccoli gruppi, compatti e tenuti uniti da filo spinato, di quello che fa male se provi a strattonare per liberartene, lasciati in sosta davanti a dei buchi neri nel terreno, di cui non si conosce la profondità o dove possano portare di diverso se… non all’inferno, come qualcuno ci augura, mentre ci spara addosso senza pietà!
Ecco… fine della storia da immaginare, che sintetizza ciò che, più o meno, accadde alla fine della Seconda Guerra Mondiale, a circa 300.000 persone, per la maggior parte cittadini di nazionalità e lingua italiana, che furono obbligate ad abbandonare le loro terre di origine, per affrontare un esodo obbligatorio, sanzionato a tutti coloro che diffidavano del nuovo governo jugoslavo-comunista di Tito, ritrovandosi stranieri non graditi, in una terra che li
aveva visti nascere e crescere come italiani!
Delle Foibe credo che tutti orami sappiano tutto, e sono certo che la commemorazione di quel barbaro sterminio
è un atto tangibile, quanto necessario, a confermare che la guerra trasforma gli uomini e li rende peggiori degli animali, che hanno più coscienza ed uccidono per sopravvivenza e mai per disprezzo.
Mi è rimasta impressa nel cuore la sensazione che si subisce a visitare il campo di Basovizza, dove il silenzio ossequioso si mescola al dolore presente in ogni angolo di quel luogo sacro, mentre ti chiedi come sia possibile
che si arrivi a tanta crudeltà, che porta un uomo ad accanirsi barbaramente su un suo simile, solo perché così
gli è stato comandato di eseguire, per punire i traditori, senza però lasciare traccia di quel brutale castigo… che, però, mai nessun Dio perdonerà!
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Se volete leggerlo, riporto il collegamento al racconto TUTTI GIU’ PER TERRA ispirato all’esodo Giuliano-Dalmata.
 
              
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