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IL TUO MIGLIORE AMICO... UN CHATBOT
Gianfranco Iovino
Pubblicato da Gianfranco Iovino in BLOG di Gianfranco Iovino · Martedì 30 Giu 2026 · Tempo di lettura 2 minuti
Tags: BLOGDIGIANFRANCOIOVINO
Poche settimane fa, in Veneto, una ragazza di vent'anni è stata presa in carico dal servizio sanitario per una presunta dipendenza da intelligenza artificiale. Considerava un chatbot il suo migliore amico.
La notizia mi ha fatto riflettere e se provassimo a sospendere il giudizio, ci accorgeremmo che la trappola dietro cui si può celare l’Intelligenza Artificiale è molto potente e pericolosa.
Del resto, l'AI è sempre disponibile: ascolta, risponde e si adatta a noi. Non si stanca, non si arrabbia, non ci abbandona. E in un mondo in cui tante persone si sentono sole, è facile capire perché un legame del genere possa diventare così importante.
Il problema nasce, però, quando questa comodità sostituisce le relazioni reali.
Le persone ci contraddicono, ci deludono, ci costringono a cambiare prospettiva. È faticoso, e spesso difficile da accettare, ma è anche il modo migliore con cui crescere.
Una macchina può accompagnarci, ma non può vivere una relazione reciproca come quella tra esseri umani.
Il punto, però, non è demonizzare la tecnologia. L'intelligenza artificiale è uno strumento straordinario, piuttosto, dovremmo interrogarci sugli incentivi economici che guidano molte piattaforme digitali, progettate per catturare sempre più tempo e attenzione.
In un'epoca di profonda crisi della solitudine, un software che offre la perfetta illusione dell'ascolto senza chiedere nulla in cambio (se non i nostri dati e la nostra attenzione) diventa un rifugio irresistibile, e il confine tra aiuto e dipendenza può diventare sottile.
Non credo che la soluzione siano i divieti o le crociate contro la tecnologia. Piuttosto, dovremmo tornare a educarci maggiormente alla presenza, al valore delle relazioni autentiche e la sacralità del tempo condiviso.
Il caso della ragazza in Veneto è solo la punta dell'iceberg di un bisogno di ascolto a cui la società non sta riuscendo a rispondere, lasciando campo libero agli algoritmi. Perché il rischio reale non è che le macchine diventino troppo umane, ma che noi, abituandoci a rapporti sempre più semplici e prevedibili, finiamo per dimenticare quanto sia prezioso il meraviglioso disordine generato dalle persone vere che ci salvano dal rischio di ritrovarci sempre più soli!
 










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