DI CHI SARA' LA COLPA
Pubblicato da Gianfranco Iovino in BLOG di Gianfranco Iovino · Martedì 02 Giu 2026 · 3 minuti
Tags: BLOG, DI, GIANFRANCO, IOVINO
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Baby gang,
risse a scuola, cyberbullismo, violenza sui professori, squadriglie di Maranza
in azione… ogni giorno la cronaca ci sommerge di notizie allarmanti sui
giovani, scatenando fiumi di parole per capire perché i ragazzi di oggi siano
"così violenti", senza mai andare alla radice del problema.
Qualche sera fa, navigando sul web alla ricerca di risposte meno scontate, mi ha colpito la riflessione di un sociologo: “La violenza giovanile non è un difetto di fabbrica di questa generazione, ma il sintomo di un malessere molto più antico e profondo.”
In altre
parole: i ragazzi non nascono violenti, ma lo diventano quando crescono in
contesti che alimentano rabbia, frustrazione e senso di esclusione.
Ma da dove
nasce, allora, tutta questa rabbia?
Le cause sono
molteplici, ma alcune riflettono perfettamente i nodi irrisolti della nostra
società:
L'incapacità
di dire "sto male": Ansia, paura del futuro e senso di vuoto si trasformano in
aggressività quando mancano le parole per esprimerli. La violenza diventa una
scorciatoia comunicativa.
La mancanza
di modelli e riferimenti: L'empatia non è innata, si impara. Troppi giovani crescono in
contesti poveri di affetto e regole chiare. I ragazzi sono spugne: se gli
adulti li spronano solo a competizioni esasperate e individualismo, loro si
adeguano di conseguenza.
Il peso
dell'esclusione: Il disagio di chi è nato in Italia ma viene discriminato per le
proprie origini o il colore della pelle. Come si può sviluppare un senso di
appartenenza se la società respinge a priori?
L'effetto
anestetizzante degli schermi: Ore consumate sui Social e tra gli infiniti livelli di un
videogioco rischiano di scollegare i ragazzi dalla realtà, rendendo il dolore
altrui puramente virtuale: come fosse un gioco.
Dal mio punto
di vista, la scintilla decisiva scatta quando un giovane si sente invisibile
agli occhi degli adulti. Quando ha la sensazione che nessuno lo ascolti sul
serio, la sua presenza passa inosservata, e il suo disagio non interessi a nessuno.
Certe esplosioni
di aggressività non sono altro che un modo disperato per gridare: "Esisto
anch’io, guardatemi!". Una reazione estrema per riaffermare il proprio
valore contro il muro dell'indifferenza.
Invece di
limitarci a condannare sempre, invocare più polizia o pretendere punizioni
esemplari, dovremmo provare a fare qualcosa di più difficile ma terribilmente
urgente: “Tornare ad ascoltare i giovani e guardarli più da vicino… con gli
occhi del cuore”.
Forse la vera
domanda non è perché troppi ragazzi diventano violenti, ma quando noi adulti
abbiamo smesso di ascoltarli per davvero.

