racconti inediti di Gianfranco Iovino - Gianfranco Iovino

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dalle stanze dell'inferno
Questa mia lettera ti arriva da molto lontano…
Da uno di quei luoghi quasi impossibile da immaginarsi oggi, se non fosse che ne hai già sentito parlare tante, troppe volte dai giornali, i libri, la televisione e chissà quante altre testimonianze, buone solo per provare di comprendere qualcosa di assurdo che è accaduto, che sarebbe meglio se venisse cancellato per sempre dalla memoria e le pagine della storia… perché appartiene ad un tempo inglorioso che merita solo silenzio, in rispetto e per condanna di chi ha preso parte, come vittima o carnefice, ad un ignobile atto di irragionevole dolore, incancellabile per l’umanità!
Ma io non posso tacere, perché mi ritroverei ad essere complice di una meschina ipocrisia, figlia di malsane abitudini che preferiscono insabbiare le verità quando sono orribili, così da dimenticarle in fretta, piuttosto che riesumarle e ricordarne la loro crudele e animalesca efferatezza, con la speranza che quanto di orrendo sia stato commesso non si ripeta più!
Ed allora io  mi ribello, e lo faccio scrivendo questa lettera a te, perché possa fare tua la mia testimonianza; quella diretta di chi ha respirato il dolore di un male invisibile, ma impossibile da sconfiggere da soli, che si è saputo insinuare in ogni angolo della mente di chi ha disseminato terrore e morte ovunque, solo perché così gli è stato comandato o per giustificare la propria rabbia repressa su povera gente, che hanno da condannarsi un’unica colpa: trovarsi a vivere quell’epoca assassina… quel tempo criminale… quel pezzo di storia vergognosa, di un mondo che avrei preferito non fosse mai esistito.
Se ancora non lo hai capito sto parlando della guerra, che non ho combattuto, ma di cui conosco la sua malvagità, fin da quando qualcuno decise di invadere la mia terra e sterminare chi riteneva traditore e figlio di un dio minore.
Io mi ritengo donna di fede, che conosce perfettamente quanto possa fare male un dolore interiore, che parte dalla mente e scende giù fino al cuore, giocando all’altalena tra spasmi e brutti ricordi, che ad ogni nuova spinta in volo ti svuota sempre più d’amore l’anima.
Sono nata nel quartiere più povero della città, ma la profonda fede in Dio è stata la ricchezza di famiglia più grande da cui ho attinto forza e speranza. Ho studiato molto, perché volevo a tutti i costi aiutare i bambini, e non c’è modo migliore di farlo nel loro primo istante di vita.
Sono un’ostetrica che ha aiutato tante anime disperate a non perdere fiducia nella vita, mentre erano costrette a scappare dall’orrore di un destino infausto, disegnato in maniera crudele da chi li riteneva impuri e, in quanto tali, da punire in maniera veloce: inceneriti dal fuoco o soffocati dal gas.
Casa mia ha aperto le porte alle loro pene, diventando un porto di passaggio e il rifugio di giornata prima di affrontare lunghi viaggi per l’ignoto, mentre si scappa come ladri dalle proprie case, la propria terra…  le proprie radici.
L'ho voluto con tutto il cuore, e l’avrei continuato a fare se la Gestapo non avesse scoperto il nostro nascondiglio, arrestandomi insieme ai miei 3 figli, risparmiando solo il più piccolo e il marito, fuggiti per tempo dalla finestra, di cui però non ho mai più saputo nulla di loro.
Da quell’istante ha avuto inizio il mio soggiorno all’inferno; una discesa rapida, senza biglietto di ritorno, con solo un numero a catalogarmi: il 41335 con cui marcare a fuoco il passaggio dal cancello con la scritta che “il lavoro rende liberi”, mentre nell’aria annusavo odore di morte e carne bruciata dall’odio della guerra.
Prima che arrivassi lì, tutti i bambini appena dopo il parto venivano uccisi crudelmente, affogati in un barile di acqua gelata o ammazzati dal getto d’acqua violentissimo, per mano di due donne… due figlie del demonio: l’ostetrica Klara e la sua assistente Pfani.
Poi, una di loro si ammalò ed io mi presentai a quello che chiamavano “l’angelo della morte”, per mostrargli il certificato di levatrice che avevo conservato in un tubetto del dentifricio. Ripresi così il mio lavoro di far nascere vite in una baracca fredda e umida, con una stufa al centro che non poteva riscaldare l’indicibile miseria nella quale le donne partorivano i propri figli, che qualcuno si ostinava ad ordinarmi di trattare come se mai fossero venuti al mondo, producendo un referto scritto da “nato morto”, mentre erano già pronti ad affogarli nell’acqua o incenerirli nel fuoco.
Mi sono opposta e da quel momento ho iniziato a combattere la mia guerra, armata del solo amore in Dio, disponendo di un paio di for­bici e un barattolo di medici­nali, alcune bende ed il coraggio regalatomi dalla Madonnina, che mi è stata silenziosamente accanto per aiutarmi a ribellarmi più di 3000 volte all'ordine assassino di un boia spietato, dal cuore di ghiaccio.
Nel tempo in cui sono rimasta lì, a dar vita alla vita degli altri, non ho pensato a difendere quella mia, disubbidendo al dottor Mengele e sovvertendo quel suo ordine criminale di confermare la tradizione del posto nel dichiarare: “i neonati delle donne ebree morti alla nascita”.
Lo so, ti sembrerà assurdo e inumano, eppure… è stato proprio così: chi nasceva tra quegli anfratti dell’inferno aveva un solo dovere, morire dopo il primo vagito, mentre le madri piangevano di stenti e un lutto incomprensibile da accettare, da cui non si riprendevano più, arrendendosi definitivamente alla vita e consegnandosi con rassegnazione alla morte.
Ma io, nonostante fossi cosciente che se venivo scoperta per me ci sarebbe stata la morte, ho fatto sì che la paura diventasse una forza dentro di me, per reagire ed oppormi a quella disumanità e far nascere, battezzare e consegnare alle loro madri tutti i bambini venuti al mondo per mano mia.
Ancora oggi ritengo sia stato un grandissimo dono del Signore l’avermi permesso di assistere alla gioia di tutte le partorienti, che hanno stretto a sé i propri figli, incluso chi da quell’abbraccio non si è più staccato, facendosi accompagnare nella bocca di fuoco di un crematorio, dove la cenere li ha indissolubilmente uniti nuovamente e per sempre.
Se chiudo gli occhi, per far buio dentro me, invece che pace e serenità ritrovo ancora quel caminetto spento nel dormitorio, mentre mi rincorrono ovunque le voci disperate di chi mi supplica conforto e una carezza, su un viso ghiacciato da freddo e la paura di morire.
Ho lavorato gior­no e notte senza mai sottrarre un solo respiro al mio dovere, cercando in continuazione lenzuola, panni asciutti e medicinali con cui accudire, proteggere e poi affidare alla volontà del Signore chi veniva al mondo dalle mie mani.
Tra le tante donne incontrate in quelle stanze dell’inferno, ricordo di Machaj, che pochi giorni prima del Natale del 1944 ho aiutato a parto­rire una bellissima bambina, a cui volli consigliare il nome di Ewa: come inizio della vi­ta, in quello che era il luogo dove tutto moriva, per poi battezzarla ed affidarla alle braccia fragili di sua madre, mentre fuori dalle baracche si iniziava ad allentava il rigore, e da lì a poco nel campo la guerra sarebbe finita, lasciandoci tornare alle nostre case, se ancora fossero rimaste in piedi e non trasformate in un cumulo di macerie, a testimonianza della ferocia della guerra, per mano degli uomini contro altri suoi simili.
È inconcepibile e dolorosissimo da accettare tutto ciò a cui ho assistito, ma un senso della mia presenza in quel posto abitato dal diavolo voglio trasferirlo a te che leggi: la certezza di aver fatto nascere tutti i bambini in attesa di affacciarsi per la prima volta sul mondo, perché anche se per pochi istanti ne avevano diritto, come del resto le loro madri a non sapersi complici di un omicidio per averli portati fino lì, a nascere nell’inferno, ma orgogliose di stringere al petto chi hanno tenuto in grembo per nove mesi, tra stenti e la grande paura di non riuscire a poterli guardare negli occhi... domani!
Ti starai chiedendo cosa ne è stato di quei 3000 bambini? Purtroppo soltan­to in 30 sono sopravvissuti insieme alle madri, che se li son portati via quando i cancelli sono stati abbattuti, mentre alcune centinaia di fortunati, perché nati con gli occhi azzurri, furono tra­sportati al brefotrofio di Naklo per essere affidati a coppie sterili naziste, più di 1500 vennero annegati da Klara e Pfani, e un migliaio morirono di freddo e fame, a dazio di un supplizio ingiusto, imposto dalla guerra tra popoli oggi fraterni, ma per troppo tempo nemici da odiare ed uccidere!
Purtroppo la guerra è tremenda e non termina con una tregua, perché continua a disseminare mine nella mente tutte le volte che di notte ti sveglia l’incubo di ricordi strazianti fatti di urla, occhi sbarrati dalla paura e aneliti di resa alla fame ed il freddo, di chi è morto tra le mie braccia, sperando di aver espianto ogni pena ed esser pronto ad un posto migliore, un mondo diverso: un Paradiso dei giusti.
Oggi quel tempo è lontano e sembra impossibile che possa tornare a inquietarci, ma la guerra è sempre dietro l’angolo, pronta a trasformare il cuore degli uomini, ed ecco perché serve ricordare per non commettere l’errore di far vincere ancora una volta l’odio, che accecato dal livore sconfigge l’amore e dissemina solo morte e dolore intorno a sé.
Io sono certa che l’essere umano saprà trovare il modo di disegnare un domani migliore, fatto di rispetto e amore tra i popoli, purché riparta dai suoi stessi errori, senza accanirsi a cercare un rimedio, una giustificazione o una gomma con cui cancellare il passato perché… è fatto di sangue: un colore indelebile a vita!
Mi hanno dato tanti nomi diversi: chi “mamma del cielo” e chi “angelo della bontà” o “la suora di Dio”, ma io voglio essere ricordata da tutti come una piccola levatrice, nata a Łódź in Polonia, di nome Stanislawa, che ha aiutato a far nascere la vita in luoghi di trapasso, e oggi chiede solo silenzio in rispetto di tutte quelle morti innocenti, anche se il cuore mi porta a scrivere questa lettera, con cui chiedere perdono per non essere arrivata prima nell’inferno di Aushwitz, a sottrarre tante più vite alla morte.
Ora ti saluto, sperando di non averti rattristato troppo nel farti immaginare cosa sia stato per me vivere il martirio di un posto dannato, dove sono state consumate azioni vergognose, scatenate dall’uomo quando è accecato dall’ostilità, per la mania del potere e della troppa grandezza di credersi onnipotente o anche più forte di Dio!
In rispetto di chi ha tanto sofferto e perso la vita ti destino questa mia lettera, con la speranza che nulla di ciò che ho visto e vissuto sia mai più ripetuto… o dimenticato per sempre!
 
 
 
 
 
 
 
 


in memoria di Stanislawa Leszczyńska, ostetrica polacca


(Racconto inedito premiato al 2° posto nel concorso letterario “Donne tra ricordo e futuro)

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