Il mio nome è Cent (di Gianfranco Iovino) - Gianfranco Iovino

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il mio nome è Cent
Concorso Letterario “C’era un bambino come me…” PRIMO POSTO nella sezione FAVOLE e FIABE

Il mio nome è Cent!… Avete capito bene, proprio quel Cent lì: la minuscola moneta di color rame, messa sempre in disparte, obbligata a star sola perché inopportuna per ogni occasione e acquisto…
Mi hanno fatto così: piccolo e sgradevole ma, credetemi, anche io ho un’anima.
Ora vi racconto la mia di storia. Quella di un centesimo, piccolo e insignificante, sperso per il mondo,che ha già fatto tanti voli, e che si è sentito “prezioso” più di qualche volta. Una pioggia di gocce dorate scivolò giù dalla finestra al decimo piano del palazzo in Via Salvi, per andarsi a sparpagliare, disordinatamente, sul marciapiede a ridosso del semaforo. Fu in quel preciso istante che su quella semina di cerchietti bronzati ci passò sopra la signora Belli e il suo amato barboncino, tirato a lucido come un piccolo Lord.
Flick appoggiò la zampetta su una monetina e scivolò, slittando in avanti e strattonando con uno strappo il guinzaglio dalla mano della signora Belli, che esausta dalla stanchezza accumulata in una mattinata impegnata a correre da un ufficio all’altro, non poté fare altro che assistere incredula e preoccupata alla caduta del suo amato compagno a quattro zampe.
Povero Flick, disteso a terra da sembrare svenuto e con un sottile lamento a far da sottofondo al suo respiro impaurito. Il barboncino fu raccolto in braccio dalla padrona e, prima ancora di sincerarsi sulle sue condizioni, con la mano sinistra la sua padrona prese la piccola monetina su cui era scivolato, come se fosse un cimelio da portarsi dietro o la prova di quell’infortunio, e la ripose in tasca. Poi chiamò un taxi e si diresse dal veterinario.
Quando il medico mandò il cane e la sua padrona a casa era sera. La signora Belli, spossata dal pomeriggio trascorso in un ambulatorio veterinario, dopo aver riposto l’affranto Flick nella sua cesta notturna, toltesi le scarpe, svuotò le tasche del giaccone dalle chiavi, una confezione di fazzolettini di carta e alcune monete, e si andò a distendere sul divano.
Chiuse gli occhi e sospirò pesantemente: era sfinita!
Io, finalmente, dopo tante ore al buio ero fuori da quell’inospitale tasca del giaccone. Sistemato in un posacenere, con intorno me pezzi pregiati di monete ed appoggiato su un bel biglietto da venti euro. Mi sentivo spossato anch’io dopo quel volo di dieci piani fatto in mattinata e provai a sfogarmi da solo, ma ad alta voce: «Speriamo finisca presto questa giornata iniziata con un lancio nel vuoto e finita anche peggio, in questo dormitorio sconsolato. Ma a cosa servirò, così piccolo e incompreso, se nessuno si accorge mai di me, se non per buttarmi o farmi finire dimenticato in un cassetto? Fossi anch’io un bel biglietto azzurro come questo su cui sono seduto, allora sì che sarebbe vita la mia e nessuno si permetterebbe di lanciarmi o maledirmi perché servo a molto poco… anzi a un bel niente!»
La banconota da 20 euro ebbe uno scatto di stizza: «Dovresti ringraziare la mano chi ti permette di cadere o farti volare. Io, invece, mai che possa provare l’ebbrezza di liberarmi in volo. Tutti mi tengono sempre stretta a loro. Cambio mani e padroni, ma son trattata come un amuleto. Ora son qui, ma la mia posizione è momentanea e transitoria. Domani servirò a pagare la spesa o qualche bolletta e via in un altro luogo, tra altre mani, con altri padroni. Tu, invece, puoi riposarti beatamente, che nessuno ti reclama mai.»
In effetti, quella consapevolezza era sì una verità poco piacevole da subire per la banconota, ma di contro, mi convinse che io ero davvero qualcosa d’insignificante se preferivano abbandonarmi, piuttosto che passarmi di mano in mano. Se solo mi avessero dato un po’ più di consistenza e valore, forse, anche tra i miei colleghi ci sarebbe stato più riguardo alla vista mia.
E invece, no. Io sono il primo, ma anche l’ultimo della lista. Il più piccolo ed inutile, ahimè!
C’è chi mi mette in tasca e si dimentica di me, o mi parcheggia in luoghi solitari e impopolari come un vassoio o un posacenere. Se non cado, m’infilano da qualche parte o mi mortificano di continuo, quando nel tirarmi fuori, dopo una rapida occhiata, vergognandosi mi ricacciano nel buio, perché con me non si compra niente.
Per tre settimane sono rimasto ad ammuffire in un taschino di un giubbotto all’attaccapanni, poi qualcuno gli ha rivoltato le tasche per lavarlo e mi ha ripudiato in un bicchiere della credenza. Non so quale miracolo, o pulizie, mi ha svegliato dall’ibernazione e spostato in un portamonete. Da lì, è stato un continuo andare avanti e indietro, collezionando visi infelici a sapersi miei possessori. Poi, come un dono inaspettato, son finito sul banco di un barista, insieme ad altre mie sorelle maggiori. Contate e insaccate in una busta trasparente, un ragazzo ci ha portato al decimo piano di una banca perché fossimo sostituite da biglietti di taglia più grande. Ma per colpa del sacchetto troppo fragile, quando il ragazzo ci ha appoggiato sulla scrivania c’è stato lo scoppio: il sacchetto si è aperto e tutti noi siamo cascati ovunque.
Chi per terra, chi sotto i mobili e chi, come me, rotolando senza freni, finito fuori dal balcone è volato giù, trovando la fine della corsa su un marciapiede trafficato da uomini e animali, e tra tanti piedi, capitare sotto quelli di un barboncino, che passandomi sopra con la zampa viscida è scivolato e poi… eccomi finito qui!
Stanco e demoralizzato da una vita insipida e vissuta da ultimo della lista, mi addormentai tra le braccia di una speranza a sapermi, prima o poi, più utile a qualcuno.
La mattina dopo, la prima a lasciare il rifugio notturno fu la banconota da 20 euro, afferrata velocemente dal padrone di casa in cui eravamo ospiti obbligati. Poco più tardi, la signora Belli, pronta ad una nuova giornata per la città, uscì di casa racimolando tutte le monete che erano nel vassoio all’ingresso. In quella pesca a strascico c’ero pure io. Questa volta, però, non ero solo. Con me c’era la compagnia di molte altre monete, tutte più prestigiose della mia misera stazza: accalcate in uno spazio angusto e senza luce facevano a spintoni 1 euro, tre 50 cent e 2 euro, che con il loro peso e la loro importanza mi spiaccicarono sempre in basso, giù in fondo.
Ma ero felice: meglio quel peso addosso che rimanere ad arrugginire in un posacenere per sempre. «Ehi, sapete dove si va stamattina?», provai ad informarmi per rompere il silenzio tra gli altolocati inquilini di quella tasca che, a modo proprio, ognuno era convinto d’essere più prezioso dell’altro.
A rispondermi per primo fu una moneta da 50 centesimi: «Di sicuro non è un problema mio. Io sarò la prima ad uscire. Sono un jolly che va bene per tutto.»
«Be’, se è per questo anche io sono uno dei prescelti negli acquisti», replicò con fierezza la moneta da 1 euro. «Non c’è cosa che non si può comprare con me. Divento fondamentale quando c’è da raggiungere un prezzo.
Con un lungo sospiro di rassegnazione, si unì a quella conferenza economica anche la moneta da 2 euro: «Per me già è più difficile di voi, care sorelle. Sono quella che viene lasciata con meno leggerezza. Se tocca a me, significa che l’acquisto è importante e va ponderato con giudizio, visto i tempi che corrono lì fuori.»
Ero così mortificato dall’importanza delle altre monete che m’infilai ancora più sotto nel buio della tasca. Speravo quasi che non si accorgessero di me e del mio inutile valore. Poi, però, qualcosa dentro mi obbligò a reagire per farmi considerare un po’ di più da loro, fosse anche compassionandomi, per accaparrarmi un po’ di pietà da quelle eroine monetarie.
«Beate voi che conoscete la fine che farete. Io, invece, vorrei capire cosa ci faccio qui con voi e a chi servirò mai. Cosa ci si compra con un misero centesimo? Eppure sono nato sotto i migliori auspici: coniato dall’acciaio, rivestito di rame, perfetto nella mia rotondità e il Castello del Monte di Andria ad abbellirmi su un lato. Tutto perfetto. Ho bei numeri anche io: un bel diametro da 16,25 millimetri e un peso alla nascita di 2,3 grammi. Inizio promettente quello mio, non c’è che dire, ma poi? Tutte le aspettative dove vanno a finire? Nasco per essere un impiccio o dividermi la solitudine con qualche mio pari valore. Con me non si va da nessuna parte. Perché mi hanno inventato? Che ruolo ha la mia presenza in mezzo a voi?»
«Tu non sai cosa dici», mi riprese severa la moneta da 2 euro. «Hai la fortuna di non essere mai presa seriamente in considerazione come noi. Rimarrai per qualche tempo isolata e dimenticata, è vero, ma poi girerai come una trottola: ora tra le mani di un bambino, poi del lattaio o del salumiere, poi di un barbone e di un banchiere o sarai il resto alle casse di un supermercato. Sarai quella minima parte che serve, comunque e sempre, a far quadrare i conti.»
«Io che faccio quadrare i conti? Non ci credo» reagii con sdegno a quella menzogna.
«E invece devi crederci. La tua vita è meno frenetica della nostra, ma non per questo non interessante. Noi abbiamo un gran da fare; non restiamo ferme mai. Sempre a correre da una parte all’altra, da una mano all’altra. Ora siamo in una salumeria o dal giornalaio e subito dopo in stazione, col tassista o chissà dove… Un’esistenza fatta di corse, senza mai potersi ribellare. Tu, invece, hai tempo di conoscere e apprezzare chi ti porta. Di capire come spende e cosa mangia. Alla fine conosci chi ti possiede, perché ci resti tanto con lui, per dimenticanza o perché non è facile lasciarti ovunque come a noi. A noi che non possiamo mai provare affetto per il nostro padrone. Tu, invece, sì…» e mentre continuava a parlare, la moneta da 1 euro fu afferrata, tirata fuori della tasca e lasciata sul banco di un bar, di fianco allo scontrino del caffè.
Di lì a poco anche le altre compagne di giornata furono prese una ad una: chi si fermò all’edicola, chi dal panettiere e chi dal tabaccaio. Rimasi ancora una volta solo con me stesso. La signora Belli rincasò che era buio in cielo. Dopo la mattinata per negozi, il pranzo con un’amica e una sosta nella Chiesa del Redentore, dove fui preso anch’io della tasca, ma per pochissimo: non bastavo neppure ad accendere una candela!
Chiusa la porta di casa, la signora appese il cappotto all’attaccapanni e mi lasciò al caldo a riposare. Stavo quasi per appisolarmi quando una mano frugò nella tasca per raccogliermi e tirarmi fuori. Era il signor Mario, marito della Belli, intento ad aggiustare un vecchio orologio a pendolo e alla ricerca di qualcosa di piccolo e snello per avvitare. Mi aveva svegliato per affidarmi un compito importante: sostituire un cacciavite a punta fine, che non riusciva a trovare tra i suoi attrezzi da lavoro.
Fu una bella prova quella a cui fui sottoposto, ma alla fine vincemmo noi: la vite fu ancorata alla filettatura e l’orologio tornò a scandire il tempo. Era tardissimo, e me n’accorsi dalla fretta con la quale il signor Mario animava le mani per sistemare la tavola e liberarla da alcuni arnesi utilizzati per la riparazione. Tutto in ordine e l’orologio a pendolo nuovamente a scandire il suo ticchettio al centro della parete in cucina. Tutto perfetto tranne un dettaglio: si dimenticò di me, abbandonandomi sul tavolo, di fianco ad un bicchiere!
La notte la passai lì. Mi addormentai al ritmo regolare del ticchettio dell’orologio a pendolo che, anche grazie al mio contributo, era stato rimesso in funzione dopo tanto tempo.
La frase esatta pronunciata dalla signora Belli il mattino successivo, mal disposta a sopportare il disordine lasciato sul tavolo dal marito, non la ricordo, ma il senso sì. Era da rimprovero a quel suo abitudinario vizio nell’essere caotico e disordinato. Una tovaglia imbrattata da piccolissimi detriti di legno, un bicchiere sporco di vino ed un centesimo. Si era appena svegliata e non era nel momento migliore della sua giornata; il gesto di raccogliere la tovaglia e scuoterla dalla finestra fu inevitabile, quanto naturale…
Che volo che feci!
Il tempo di accorgermi di essere in caduta libera, che mi ritrovai a sbattere contro la grata di un tombino. Nel contraccolpo rimbalzai e finii in una pozzanghera ai bordi del marciapiede.
Un altro volo… E un’altra volta finito in mezzo ad una strada.
Nell’attesa che il semaforo permettesse a una mamma e il suo bambino di attraversare la strada, fui notato e raccolto. Felice di aver cacciato il suo tesoro di giornata, il piccolo bambino mostrò alla mamma il trofeo e le sorrise soddisfatto. Finii nella sua tasca e poche ore dopo fui riposto nel salvadanaio del piccolo Stefano, insieme a moltissimi altri centesimi come me.
La prima reazione fu quella di emozionarmi, perché per la prima volta mi ritrovavo insieme a tanti altri miei simili: tutti uguali in un unico posto, senza più distinzione di peso e valore.
Ci rimasi molti mesi dentro quel luogo frequentato solo dal silenzio. Le monetine che mi erano accanto, sopra e sotto di me, restavano ostinatamente mute. Nessuna di loro parlava. Soddisfatte, da sembrare orgogliose del destino interpretato, si rifugiavano nel loro stesso silenzio e si beavano di una serenità che non comprendevo. Tante altre monete, tutte uguali a me, furono lanciate dalla piccola fessura in alto che, giorno dopo giorno, si avvicinava sempre di più. Stavamo diventando tante. Ma dove bisognava arrivare? Qual era il finale da scrivere alla mia storia questa volta? Perché eravamo chiusi tutti in quel piccolo posto e per quanto ancora?
Una mattina che mi sentivo particolarmente stanco di quel silenzio, mi rivolsi a tutte le monete, apostrofandole con severità: «Ma insomma! Si può sapere cosa ci facciamo qui? Perché mai nessuno dice niente o si ribella? Bisogna subire questa sorte senza poter fare nulla? Perché i centesimi non riescono mai ad avere uno scopo degno durante la loro misera esistenza?»
«Ma la smetti di piangere sempre? E da quando sei entrato che continui a lamentarti», mi ammonì una monetina di fianco a me, non disposta più a sopportarmi. «Noi restiamo in silenzio perché ci sentiamo fieri di quello che siamo e rappresentiamo.»
«Fieri a rappresentare il nulla più completo?» Replicai con cattiveria a quella sua arrendevolezza, tanto compassata quanto disonorevole per me.
«Noi siamo raccolti qui dentro per una missione importante. Siamo eroi grazie proprio a Stefano», aggiunse un’altra monetina dal lato opposto del salvadanaio. «Eroi? Noi, che rappresentiamo solo imbarazzo e vergogna in chi ci ha tra le mani? Dovrei sentirmi orgoglioso e fiero di quello che siamo?» esplosi di rabbia e collera.
«Stefano ci raccoglie per unirci ai centesimi di tanti altri bambini come lui, che ci faranno diventare un esercito grandissimo che servirà a comprare medicine per i bambini malati in Africa. Noi siamo la parte buona di un gesto d’amore fatto da un bambino. Lo sta facendo con le sue mani e il suo impegno, senza chiedere aiuto ai genitori. Noi rappresentiamo una grande azione che parte da piccoli gesti, minuscoli dettagli: proprio come un centesimo.»
Rimasi senza parole su quella verità sorprendente che m’inorgoglì di una fierezza unica, mai provata prima. Mi sentivo finalmente importante, come lo era il gesto di quel bambino dal cuore d’oro, che ci stava raccogliendo per trasformarci in medicina per salvare i bambini ammalati. Stavo diventando una buona azione che avrebbe reso fieri tutti quanti noi.
Pochi mesi dopo avrei rivisto la luce del sole. Stefano ruppe il salvadanaio per raccoglierci, contare quanti ne eravamo e portarci dove saremmo stati scambiati con delle medicine. E’ stato quello il momento più glorioso della mia vita, che continuo a ricordare e raccontare, e lo faccio sempre con più forza ed onore ogni volta che qualcuno, invece che lanciarlo in una fontana o dimenticarlo in una giacca, raccoglie 1 centesimo e lo custodisce in un salvadanaio di buone azioni, come questo da cui vi parlo, che da qualche mese è diventata la mia nuova casa, per una nuova eroica missione di bontà, in aiuto di chi soffre la fame, e che grazie anche ad un misero e piccolo centesimo riceverà un tesoro inestimabile di amore e umanità.
©2020 GianfrancoIovino.it
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