Non ci torno mai più (di Gianfranco Iovino) - Gianfranco Iovino

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non ci torno mai più
il bullismo fa più vittime di una guerra e lascia segni incancellabili sul cuore

«No, papà. Ho deciso. A scuola non ci torno mai più.»
«Ma perché, santo Dio?» reagì indignato il padre di Angelo, lanciando al soffitto quell’imprecazione che si schiantò sul solaio come fosse pioggia di lapilli addosso le case.
Ma il figlio rimase in silenzio, inasprendo ancor di più l’ira del genitore. «Ma che peccato ho fatto per meritarmi un figlio così?», inveì rabbioso l’ingegner Grezzi, mentre usciva dalla camera del figlio sbattendo la porta dietro di sé, lasciando nell’aria un rimbombo che si conficcò nel cuore di Angelo, rimasto sul letto e con la testa infossata nel cuscino per la vergogna.
Non era colpa sua se gli bastava varcare la soglia della scuola per ritrovarsi il divertimento preferito di Sansotti, suo compagno di classe, alto come un armadio e di tre anni più grande di lui, che lo accoglieva con la solita carica di offese, alle quali bastava che Angelo rispondesse anche solo guardandolo negli occhi, per ritrovarsi il bersaglio di un cancellino da lavagna o qualche quaderno lanciatogli addosso da quattro stupidi, adepti di Sansotti, reclutati solo per la paura che subissero la stessa identica sorte di Grezzi, preferendo di roteare intorno al loro capo, come cani ai piedi del padrone, e divertendosi a filmare col cellulare le umiliazioni da pubblicare su YouTube, consumate contro un povero ragazzo, che aveva una sola colpa da non riuscire a farsi perdonare o nascondere agli altri: era omosessuale.
Cinque ore al giorno, per due anni di seguito e in due scuole diverse, quel suo ostentare una fragilità tanto evidente, si era rivelata la sua condanna più atroce da scontare. Per lui, che sognava di diventare un farmacista come il nonno, il desiderio di studiare moriva ogni giorno di più dentro di sé.
Mille volte avrebbe voluto reagire, ma non trovava mai il coraggio per farlo davvero.
Ci sarebbe riuscito, forse… ma quando sarebbe stato più grande dei suoi quindici anni, così da ribellarsi alle prepotenze e sperare di non trovarsi più di fronte a tanta stupidità, da parte di chi viveva a stretto contatto con lui, nel chiuso da galera di un’aula scolastica.
Le prime volte aveva provato a resistere, Angelo, sperando che quel gioco avesse una fine, ma non era così. Il suo silenzio autorizzava ad essere sempre più spietati nei suoi riguardi, perché Angelo non sapeva reagire, non doveva farlo e non poteva opporsi: “lui era un gay, e quella categoriali persone nella vita deve solo subire”, gli apostrofò sulla faccia insanguinata il suo primo carnefice, quando dopo quattro mesi di liceo scientifico, Angelo aveva provato ad opporsi agli spintoni e i calci subiti durante le pause di ricreazione.
Era tornato a casa con un occhio gonfio. La mamma, impaurita ed arrabbiata, era corsa a scuola per denunciare quell’atto ignobile, ma il Preside non poteva fare nulla se il ragazzo non accusava gli aggressori, riportandone i cognomi.
Doveva fare in nomi per farsi giustizia. Ma Angelo non voleva farli: aveva paura, e per quell’anno si decise di non mandarlo più a scuola.
L’avrebbe ricominciata l’autunno successivo, cambiando Istituto, però.
Ma quel secondo tentativo era partito in maniera simile al precedente: i soliti sorrisi maliziosi, le prime battute a doppio senso, per poi passare a qualche insulto a voce alta e ritrovarsi, dopo solo due mesi, un energumeno che si era scelto Angelo come vittima dei suoi divertimenti.
Un continuo bisbigliare in classe, ed appena suonava la campanella di fine ora, Angelo finiva stretto ad un angolo con il banco contro a farlo prigioniero, mentre qualcuno gli tirava i capelli e quella montagna di Sansotti lo schiaffeggiava al ritmo dei suoi ingloriosi: “Non piangere finocchio.”
Assurde scene di bullismo si ripetevano ovunque nella scuola, al punto da far diventare Angelo lo zimbello dell’Istituto. Bastava che passasse per il corridoio, sempre a testa bassa e il desiderio di essere invisibile a tutti, che si susseguivano i commenti e le code di insolenza per quel ragazzo con la malattia di essere “un infelice frocio irrecuperabile.”
Quante lacrime versate ingiustamente a sapersi vittima della superbia di chi si sente più forte e in diritto di umiliare per il macabro gusto di cancellargli l’identità corrotta e fuori dalle norme, facendolo sentire come un oggetto con cui divertirsi a scuola, e un rifiuto di cui vergognarsi a casa.
La mattina che Angelo avrebbe sancito l’abbandono dalla scuola, fu caratterizzata dalla spietatezza fatta ascoltare dalla professoressa di scienze, che entrando in classe si era ritrovato Angelo steso per terra da uno sgambetto, che gli aveva frenato la corsa per riprendere posto al suo banco.
L’insegnante si era avvicinata in maniera compassionevole, da sembrare che volesse soccorrerlo, ma non era così. A lei importava solo che si rialzasse in fretta il ragazzino del secondo banco e tornasse al suo posto, perché bisognava iniziare la lezione. E poco interessava se ad Angelo qualcuno gli aveva quasi fatto rompere il naso in quella caduta. Lei voleva solo che tornasse in fretta al suo posto: «Ti muovi?» lo esortò Armellini.
«Mi dà il tempo?», reagì stizzito l’alunno ancora per terra.
«Stai più attento quando cammini», sembrò schernirlo la professoressa, raccogliendo il consenso della classe, che rise per quell’affermazione ironica.
Angelo, all’idea che anche un docente non sapesse far di meglio che ridere di lui, sentì bollire la rabbia dentro di sé, come lava dalla pancia di un vulcano. Si sentiva umiliato, schernito da tutti e con un terribile dolore al naso per la caduta. Non seppe più frenare il suo rancore, che eruttò con veemenza addosso all’insegnante, senza sapersi moderare nella foga e nelle parole: «Non sono caduto, ma qualcuno mi ha fatto inciampare. Ma lei non l’ha visto, come nessuno qui può vedere quanto sono ossessionato da quattro imbecilli che mi rendono la vita un inferno», e scoppiò a piangere, in maniera infantile e impossibile da contenere, al punto che qualcuno in classe si pentì di non averlo mai difeso.
Altri, però, ripresero quel gemito, sbeffeggiando ancora una volta Angelo.
«Mortificato da quattro imbecilli. Come possiamo fare per aiutare la signorina?» rifece il verso lacrimoso di Angelo, il solito Sansotti.
«Stai zitto!» intimò il silenzio Armellini, per poi avvicinarsi ad Angelo, rimasto con le mani sulla faccia a nascondersi gli occhi gonfi di lacrime e sussurragli qualcosa: «Io non capisco dov’è il tuo problema. O ci sei omosessuale e te ne fai una ragione, dichiarandolo a tutti senza vergogna e ammettendo il tuo problema, o non lo sei e non ti curi di loro.»
-Il mio problema?- Angelo non si aspettava quelle parole. Non le poteva accettare da una professoressa.
La rabbia gli accecò la ragione e fu più forte di ogni imbarazzo a reagire. Per la prima volta fu la collera a parlare per lui: «Ma le sembra che la sua considerazione mi aiuti a stare meglio adesso?»
«Voglio sperarlo, -ribatté con estrema superbia l’insegnante per quel rimprovero mossole contro. Alla fine, sei tu che devi accettare di essere diverso dagli altri», completò schietta la professoressa di Scienze.
«E invece no», sbottò il ragazzo al limite massimo di sopportazione. «Non sono io che devo accettarmi diverso dagli altri, ma è chi mi vive intorno che mi fa sentire quanto sono differente da loro», e senza permettere una reazione alla professoressa, Angelo raccolse il diario, lo insaccò nello zaino,
ed uscì dall’aula sbattendo la porta.A scuola non ci torno mai più – giurò a se stesso, mentre correva per il corridoio. – Mai più -, continuò a ripetere per tutta la notte e al mattino seguente, a se stesso e quanti provavano a scoprire le ragioni di quell’arresa.
Il ragazzo era stanco di sentirsi sempre il burattino di tutti solo perché ritenuto diverso, e con un sogno impossibile da realizzare nel farsi accettare per quello che era dentro, come anche di fuori.
I giorni seguenti per Angelo furono un supplizio. Non bastava la mamma ad insistere a volerlo a scuola o la sorella Luisa, che gli rimproverava quella paura di reagire, e neanche qualche amico, accorso al suo capezzale per infondergli coraggio, ma che restava sempre cauto nell’esternargli un gesto d’affetto, perché un omosessuale fa paura quando è fragile e potrebbe mal interpretare quel senso di affezione, illudendosi di ciò che non potrà mai ottenere da chi è diverso da lui e non può accettare il suo amore.
Ma Angelo aveva deciso per tutti, senza considerare, però, la furia del padre, che il venerdì mattina entrò nella sua camera e lo obbligo ad ascoltarlo. Era stanco di vederselo girare per casa come un malato terminale. Lui era l’unico che potesse pretendere una reazione dal figlio e non si rifiutò di inscenare la sua parte legittima; quella del padre che deve difendere suo figlio a tutti i costi, e mai condannarlo. Lui sapeva il motivo di quella chiusura totale. Glielo aveva accennato la moglie, e comprendeva bene che l’unico rimedio disponibile fosse quello di parlare con tranquillità ad Angelo, stimolandolo ad insorgere e combattere.
«Basta, Angelo. Non puoi ridurti ad una larva umana solo perché qualcuno si crede più forte di te.
La tua non è debolezza, ma un modo di essere. Sei solo più sensibile di quegli animali che non meritano la tua disfatta. Reagisci, per favore.»
Ma Angelo non voleva reagire. Neppure sembrava stesse ascoltando le parole del padre. Spalle al genitore, lo sguardo perso oltre la finestra sui campi di grano, e la testa che continuava a dire di no, respingendo ogni tentativo di dialogo.
«Non puoi cedere così. Io non ho mai criticato il tuo modo di essere, ma non puoi deludermi fino a questo punto. Tu non sei un mostro da chiudere in casa, ma un ragazzo che ha lo stesso diritto di chiunque altro a viversi il suo mondo.»
Quelle ultime parole sembravano aver fatto breccia nella testa ed il cuore di Angelo, che si voltò di scatto verso la voce del padre che l’assaliva alle spalle, per mostrargli un viso cedevole e bagnato dalle lacrime, che scendevano giù come fiumi da cime di montagna.
«Non c’è nessun diritto per un ragazzo come me, papà, lo vuoi capire? Sei escluso a priori da ogni cosa: da tutto e tutti. Nessuno sa capirti fino in fondo ed è più facile ridere di te che lasciarti parlare. Non ti viene perdonato questo modo diverso di amare e neanche Dio ti accetta, lasciandoti da solo al mondo, come un angelo scacciato dal suo Paradiso.» Non riuscì a proseguire con le parole il ragazzo perché il fiato gli fu sottratto dall’urgenza di un pianto improvviso che ebbe il sopravvento sul suo accorato sfogo.
Il padre scosse la testa, restando per un secondo a riflettere sulle parole del figlio, e cercando un suggerimento tra i suoi pensieri per provare a fronteggiare con le giuste parole la pena scaturita da quell’amara confessione.
Scosse la testa l’uomo, ma non era un’arresa la sua, ma un bisogno di scacciare in fretta dalla mente del figlio quell’idea tanto pessimista del suo essere diverso dalla normalità. Deglutì pesantemente, come a dover ricacciare nello stomaco un sospetto affioratogli in gola per pressargli il fiato: un figlio chiuso in casa per la vergogna di sapersi gay. No! Non poteva cedere a quell’umiliazione.
Si avvicinò al ragazzo per posargli una mano sopra la spalla; ma Angelo la respinse, allontanandosi da lui. Non voleva condividere con nessuno la sua pena. Ma l’ingegner Grezzi non sembrò preoccuparsi del rifiuto. Fu ancora più deciso nel gesto successivo, e senza nessun preavviso lo strinse forte tra le sue braccia, chiedendogli di stare fermo per un po’, come quando era bambino e correva dal papà per proteggersi dalla paura di un brutto sogno.
Poi provò a rincuorarlo con la sua voce adulta e roca, che tanto piaceva a suo figlio: «Angelo, non sei tu ad essere sbagliato. È questa maledetta società che continua a condannare, credendo imperfetto ciò che non è uguale a chi giudica, senza però averne nessun diritto per farlo. Il tuo modo di vivere ed amare non è corrotto o da punire, ma non è facile farlo capire a chi non aspetta altro per criticare qualcuno, per la sola stupida illusione che si possa sentire migliore e dimenticare, per un istante, l’infelice delusione che rappresenta per tutti.»
«Papà, sapessi quante volte ho pensato di uccidermi, e se solo sapessi di non provocare un dolore incredibile a te e mamma, lo avrei già fatto, ma mi manca il coraggio. Sono fragile anche in questo… anche ad ammazzarmi non sono capace.»
Il padre rabbrividì nell’ascoltare quelle parole di ghiaccio.
Un gelo improvviso percorse tutta la schiena dell’ingegnere, che si staccò dall’abbraccio con il figlio e gli puntò addosso due occhi severi, difficilissimi da reggere e fronteggiare.
Angelo abbassò lo sguardo. Era impossibile reggere il confronto con quegli occhi di fuoco di suo padre, puntati addosso come fucili da esecuzione.
«Ma cosa stai dicendo?» sbottò cattivo l’ingegnere. «Non dire mai più queste cose, e non pensarle neanche per scherzo. Capito? Non è uccidendosi o scappando che si risolvono i problemi, sai? Non è arrendendoti che vinci la tua battaglia. Non è lasciando chi ti ama nella disperazione più completa, per la colpa di non averti saputo ascoltare ed aiutare, che ti salvi tu. No!!! NO!!!» urlò quel rifiuto sulla faccia terrorizzata di Angelo. «No», ripeté ancora una volta l’ingegnere, prima di sedersi su un lato del letto, sconfortato per quel pensiero cattivo del figlio, che se solo avesse avuto più coraggio sarebbe già stato compiuto.
Si sarebbe ammazzato Angelo, pur di non incrociare ancora l’arroganza e la cattiveria degli altri: suicidato per la paura di non saper più sopportare quelle offese morali? Dinanzi a quell’orrore, il padre di Angelo riesumò dai ricordi la notizia ascoltata al telegiornale pochi mesi prima, dove un ragazzo, poco più che ventenne, si era lanciato dal terrazzo nel vuoto, per sfuggire alle offese dei suoi coetanei, lasciando solo un biglietto per i suoi genitori, con il quale chiedeva scusa di quel suo gesto, per l’errore di essere un omosessuale, incompreso da tutti.
Scattò in piedi l’uomo, come chiamato all’appello da un comando immediato, e si precipitò accanto al figlio. «Non permettere mai a qualunque tua debolezza di cedere al desiderio di morire, piuttosto che soffrire, combattere e guadagnarti il rispetto che ti meriti. Mai!»
Angelo non rispondeva. Testa in giù, occhi a guardarsi il pavimento, subiva quell’attacco senza opporre nessuna reazione.
La mortificazione silenziosa inscenata dal figlio arrabbiò la voce del padre, che giunta alla sommità dello sdegno, gli cambiò tono ed atteggiamento.
L’ingegnere era terrorizzato dalla paura che il figlio, in un momento di scoramento, sentendosi solo contro tutti, si lasciasse vincere dal desiderio di farla finita per sempre.
«Ora decido io per tutti. Stamattina vai a scuola, altrimenti ti ci porto con la forza. Capito?!» l’ingegnere urlò quel verbo con tanta forza da terrorizzare suo figlio, rimasto atterrito a fissarlo.
«Perché non vuoi andare a scuola?» insisté l’uomo, sempre più arrabbiato.
«Ho paura papà», e non andò oltre il ragazzo. Quelle tre parole, uscite dalla bocca con grande fatica, bastarono al padre per pretendere di approfondire.
Angelo, con grande sforzo e dopo una lunga insistenza da parte di suo padre, raccontò tutte le violenze subite e gli atti di bullismo dovuti sopportare. Si liberò, come un fiume nel suo letto naturale.
Quando arrivò a rievocare la scena della professoressa Armellini, il padre si sentì punto da una tarantola. Le parole del figlio non le seguiva più. Pretendeva solo rispetto ed una punizione esemplare per tutti i colpevoli.
Pur contro la sua volontà, obbligò Angelo a seguirlo in macchina e andò a scuola per parlare con il Preside. Quando si ritrovò nello studio del professor Anselmi, Preside dell’istituto “Giuseppe Ungaretti”, l’ingegner Grezzi mantenne moderata la voce, mentre raccontava di quanto succedesse in quella scuola a sua insaputa, con docenti, come nel caso di Armellini, che rimproveravano al figlio di essere effeminato; quasi fosse una colpa la sua o ne autorizzasse la violenza negli altri.
Il Preside provò a sminuire gli eventi denunciati, riducendoli a bravate tra ragazzi: innocui giochi, andati troppo oltre, che bisognava fare in modo di non permettere più, ma che non avevano bisogno di nessun allarmismo.
A quelle parole, il padre di Angelo reagì indignato. Si sentiva offeso da quella superficialità, finalizzata solo a svilire un possibile scandalo per un fatto grave, perpetrato per troppo tempo, e non si frenò dal rinfacciarglielo: «Lei lo sai che adesso vado a denunciarla?»
Il Preside avvertì un disagio crescergli dentro. Si allargò il colletto della camicia con un dito e si slacciò un bottone per liberare il respiro da un cappio invisibile che stringeva sempre più.
Era preda della collera del padre di Angelo e voleva tranquillizzarlo, ma non replicò; non gli fu permesso. Un fiume in piena, l’ingegner Grezzi, gli stava straripando addosso tutta la furia accumulata fino quel momento.
«Offese verbali, atti violenti sulla persona, discriminazione verso gli omosessuali e le affermazioni calunniose di una sua docente li chiama bravate tra ragazzi?»
«Perché non si calma?» aggiunse con voce preoccupata il Preside, sperando che si esaurisse in fretta la furia di quella esondazione di sdegno.
«Calmarmi? Eh no. Io non mi devo calmare adesso. Lo farò solo quando lei mette in pratica gli obblighi che impone il suo lavoro, che sono quelli di approfondire, giudicare e sancire punizioni, altrimenti lo faccio io per lei.»
La discussione tra i due andò avanti per un po’, fino quando non furono convocati Sansotti, i suoi tre adepti, e l’insegnante di Scienze.
Solo molto tempo dopo i compagni di classe di Angelo confermarono le accuse mosse contro di loro e l’insegnante, con le lacrime agli occhi, chiese scusa del suo comportamento. Quell’ammissione di colpe costò ai ragazzi una sospensione di quindici giorni dalle attività scolastiche, mentre ad Armellini fu destinato un biasimo scritto dal Provveditorato agli Studi.
Angelo, nonostante la paura, fu obbligato dal padre a proseguire l’anno scolastico. Non poteva tirarsi indietro dopo quanto aveva scatenato quella mattina, ed era certo che nessuno avrebbe più mosso un dito contro suo figlio.
Al lunedì seguente, Angelo trovò ad accoglierlo una classe silenziosa, timorosa di parlare con lui e quell’atmosfera di disagio lo isolò ancora di più da tutti gli altri. Quando uscì dalla scuola si guardò ripetutamente intorno; qualcosa lo inquietava. Sapeva che Sansotti gliel’avrebbe fatta pagare, e questo terrore bastò a velocizzargli i battiti del cuore.
Prese l’autobus. Sembrava tutto tranquillo intorno. Era solo una paura adolescenziale la sua. Nessuno gli avrebbe più fatto del male, si disse per convincersi a vincere quello sgomento interiore.
Ma al venerdì successivo quella paura divenne terrore.
Sceso dall’autobus si avviò verso casa, costeggiando una strada di campagna dove le foglie delle spighe di grano nascondevano i contorni in lontananza. Ad un tratto, Angelo sentì un rumore dietro la fitta vegetazione di foglie: inorridì.
La paura gli accelerò i passi. Vedeva in lontananza il condominio dove abitava. Bastava ancora poco per essere al sicuro. Era vicino casa… molto… non abbastanza, però.
Si sentì afferrare per un braccio e spingere nel campo di grano. Fu assalito dal panico che gli bloccò la voce. Non riusciva a chiedere aiuto.
Mentre qualcuno lo riempiva di calci nello stomaco, ed un altro si accaniva a sbattergli sulle spalle il casco da moto, un terzo, quel maledetto Sansotti, gli urlava che era solo una femminuccia, che aveva fatto la spia al papà, e adesso doveva pagare, sferrandogli un calcio nei fianchi che gli bloccò il respiro e gli fece perdere i sensi.
Un dolore atroce chiuse gli occhi ad Angelo, abbandonandolo al peggio.
Chi lo rinvenne, esanime e un respiro lieve a tenerlo ancora in vita, provò una gran pena. Lo avevano massacrato di botte; in ospedale ci rimase quindici giorni. Aveva due costole incrinate e la milza spappolata.
Era vivo per miracolo.
I suoi assalitori furono arrestati quello stesso pomeriggio con la gravissima accusa di razzismo omofobo e tentato omicidio, mente il Preside dell’Istituto Ungaretti fu destituito dall’incarico e la dottoressa Armellini, sospesa dall’insegnamento per l’intero anno scolastico.
Ad Angelo tutti continuarono a ripetergli che lo aveva salvato un vero miracolo, e per lui che non credeva in Dio sembrava strana quell’ipotesi.
Il suo corpo era stato forte nel reagire a tutti quei colpi inflitti dai quattro animali, inferociti dal desiderio di sfogare le proprie inadeguatezze esistenziali su una povera vittima, che quanto più si contorceva dal dolore tanto più gliene veniva inferto dell’altro.
Ce l’aveva fatta a resistere al massacro e salvarsi la vita, Angelo, ma dentro qualcosa gli era morto per sempre. Anche se salvo, alla fine, a vincere sui desideri del ragazzo furono soltanto loro: gli sguardi cattivi, i commenti ingenerosi e le umiliazioni subite.
Non sarebbe più andato a scuola dopo quel giorno, abbandonando per sempre il sogno di seguire le gesta del nonno, che gli aveva entusiasmato l’infanzia con quell’immagine dolce, da custodire gelosamente nel cuore e provare ad imitare da grande, ogni volta che lo andava a trovare in farmacia e restava a fissarlo per ore dietro al bancone, mentre si muoveva con sveltezza tra i cassettoni dei medicinali, per servire i suoi clienti e salutarli sempre con una parola di conforto e buona speranza per augurare che guarisse in fretta il malato di turno.
La scuola abbandonata per sempre fu la più grande delusione che subì Angelo, al punto da preferire una fabbrica di scarpe per ridimensionarsi ogni aspettativa con un lavoro monotono da turnista.
Mai più, quel ragazzo defraudato di un sogno importante, avrebbe ostentato, anche minimamente, la sua omosessualità, troppo diversa per non notarla in una società che vuole solo perfezione, rischiando di fargli rivivere il terrore di un incubo: quella stramaledetta imboscata, che dopo solo due giorni di notizie da telegiornale e il vociare nel paese, sarebbe stata completamente dimenticata da tutti. Cancellata dalla memoria popolare, tranne quella di Angelo, che si portò dentro quella sconfitta come un peso incredibile sul cuore, per un ragazzo che voleva solo essere lasciato in pace e completare gli studi, così da realizzare il suo più grande desiderio di diventare un farmacista come suo nonno, anziché raccogliere un fallimento inglorioso, al punto da convincersi che nella vita, se ti privano la libertà di essere te stesso, anche i sogni più intensi ed agognati si abbandonano, perché fanno paura ad essere raggiunti o anche solo inseguiti.

(2° Posto al Premio Internazionale Montefiore 2013 e 4° posto al Premio Amerino 2013)
©2020 GianfrancoIovino.it
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