Non lo faccio mai più (di Gianfranco Iovino) - Gianfranco Iovino

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Non lo faccio mai più
in ricordo di Alfredino Rampi

Perché mamma non viene a tirarmi fuori da questo brutto posto? Cosa devo aspettare ancora?
Mica l’ho fatto apposta… non ho visto il buco e non è colpa mia se adesso nessuno mi sente, mentre grido e mi dispero in questo buio così uguale ad un corridoio dell’inferno.
Mamma, dove sei? Venitemi a prendere, sono quaggiù, prigioniero e ho solo tanta paura.
Ehi, voi… ma cosa state facendo? No! Non chiudete la porta… non lasciatemi qui… Qui da solo io ho paura!!!
Le urla disperate del piccolo Michelino sembrano sgretolarsi contro la roccia dura, sbriciolandosi nel vuoto per poi piombare giù, a peso morto, nel fondo di quel pozzo lasciato incautamente a far da trappola per un bambino che corre… sta guardando il cielo e vuole solo tornare presto a casa.
Perché non è ancora rientrato? Fuori c’è buio e un bambino di sei anni non deve restare a giocare tra le braccia lunghe della notte. È pericoloso. Che gli sia accaduto qualcosa?
Pensieri agitati e sconnessi, di una mamma che sente nell’aria che respira un odore strano, pesante, da brutte notizie che stanno per pioverle addosso come un fuoco ardente di lapilli e lava.
Chiude gli occhi la donna, fa buio intorno a sé e prova a tranquillizzarsi, scacciando via quel pensiero cattivo. Ma il fiato in gola la opprime. Da lontano lo sente. Sente la voce del suo Michelino… Gli è successo qualcosa!
Vengono allertati i carabinieri per iniziare le ricerche di soccorso e fare luce, con torce e fari, fra le lame scure di un’afosa sera di inizio giugno, per andare a caccia di un bambino, bello come il sole, che ama ridere e adesso, di sicuro, starà piangendo perché sa che la mamma è preoccupata del suo ritardo e quando lo ritroverà, sarà per sgridarlo e metterlo in castigo, finendo a letto senza cena.
Solo tre ore dopo alla caduta nell’inferno, un carabiniere si rende conto che un sottile ululare cerca di farsi spazio tra le lamiere lasciate sul terreno per chiudere un pozzo artesiano. Si concentra su quel sibilo lontano, su quella voce da bambino che proviene da distante, quasi fosse dietro un vetro o una porta chiusa, o laggiù… in una lontanissima profondità.È qui – grida emozionato il militare, mentre cerca di fare spazio ai suoi occhi nell’oscurità per comprendere quando sia giù Michele.
Non vede nulla, però. Troppo buio e troppa distanza da colmare solo con gli occhi e la paura di una tragedia che gli rende pesate il respiro, come un grosso macigno messo sopra al suo cuore.
La madre del bambino, appena raggiunge la bocca dell’inferno, chiama suo figlio. Vuole una conferma che sia lui. Che sia finito lì dentro, ma che ancora respiri e vuole solo essere tirato fuori da quella prigione, stretta e solitaria.
«Michelino, sei lì?» e per quella domanda, la donna, non avrebbe mai voluto ricevere una risposta. Ma dalle viscere della terra arrivò poco più di un soffio di fiato ed un’agghiacciante verità: suo figlio era proprio là sotto. Bisognava tirarlo fuori il più in fretta possibile. Il suo angelo era intrappolato in un buco maledetto, coperto come una trappola per animali da un bandone di lamiera. Ma come c’era finito lì sotto? Chi era l’assassino che aveva lasciato aperta quella botola? Come era stato possibile?
Chi lo aveva spinto e poi bloccata l’unica via di fuga coprendola di nuovo?
Malvagi presagi, resi appuntiti come pezzi di vetro sparsi sul cuore, agitarono di tensione la donna per non sapere come aiutare suo figlio. Era lì a disperarsi e chiedere aiuto chiunque si avvicinasse a quella bocca buia per tirare fuori suo figlio da quel dannato fosso.
Quando arrivarono sul posto i Vigili del Fuoco, la scena che si presentò davanti ai loro occhi bastò a far comprendere subito cosa erano chiamati a fare quella notte. Nessun incendio, nessun fuoco da domare, ma un buco stretto 28 centimetri e profondo 80 metri, da cui far uscire fuori vivo un bambino di sei anni, caduto giù mente tornava a casa.
Provarono dapprima a determinare a quanta profondità fosse bloccato il corpicino di Michelino e poi tentarono di calare una tavola di legno, che permettesse al bambino, bloccato a 36 metri più sotto, di aggrapparsi per essere riportato su, come un gancio che tira fuori dai guai.
Ma quella buca era strettissima e viscida di fango. La tavola si inceppò in una sporgenza di roccia e ostruì ogni possibilità di recupero o ulteriore discesa nel caliginoso oblio del cunicolo.
Non era più possibile far scendere la tavola di soccorso, neanche il buco fosse come un grande mare in cui era naufragato Michelino che bisognava si aggrappasse per galleggiare e ritornare in superficie.
Mentre la madre e il padre continuavano a parlargli, il bambino iniziò a immaginare che il luogo dov’era non poteva essere una punizione, per colpa della sua voglia di correre senza guardare dove mettesse i piedi, ma un accesso segreto ad un mondo di favole, incantato come quello di Alice, e nell’attesa che arrivasse il bianconiglio per portarlo fuori da lì, con quel pensiero provò a farsi coraggio, quando diventa difficile immaginare che possa ancora averne a disposizione un ragazzino di sei anni appena, intrappolato in un buco da tante ore, con la paura che ti fa perdere le forze e la voglia di gridare.
Vieni a salvarmi mammina. Apri questa porta e fammi uscire. Non voglio più stare qui dentro.
Io non ho fatto niente… stavo solo correndo ma… non lo faccio più!
E mentre si ascoltava la sua voce sempre più rantolosa in quel buco pieno d’eco, Michelino chiuse gli occhi perché era stanco di guardare in su che arrivasse qualcuno a liberarlo. Lui aveva solo tanta paura e nostalgia di casa.
Il nonno gli aveva sempre detto che quando si ha paura non bisogna piangere ma farsi coraggio, pensando a qualcosa di bello. E lui seguì quel consiglio, ricordandosi del mare, delle sue passeggiate nei campi di grano e di quanto fosse bello ritornare a casa e trovare le braccia della mamma a stringerlo forte.
«MAMMA!!!» e questa volta Michelino urlò con tutte le sue forze, al punto che quella disperazione arrivò intatta fino alla bocca del pozzo, dove due occhi pieni di lacrime ed un cuore di mamma a pressarle contro il petto per la paura, stavano cercando di incoraggiare suo figlio, che qualcuno sarebbe andato a prenderlo per riportarlo da lei.
«Michelino, aspetta ancora un po’. Stiamo arrivando. Ti veniamo a salvare», e in quella illusione la donna ci infilò dentro ogni sua minima speranza, affidando a Dio la certezza che avrebbe riabbracciato suo figlio quella notte stessa.
In quel concitato affollamento di persone che si assembrarono nella zona della tragica fatalità, ci furono dei volontari speleologi che provarono a calarsi giù, ma quella tavoletta non si muoveva da lì e l’unica possibilità di recupero del bambino era rappresentata dallo scavare un pozzo parallelo da cui calarsi per riportare in salvo il bambino.
Era già mattina, quella del giorno dopo, quando una trivella iniziò a perforare la terra per arrivare fino giù da Michelino. Ma non fu facile come ogni speranza si illudeva che fosse: la terra era argillosa all’inizio, ma poi diventava compatta, robusta, uno stato spesso di roccia durissima, che obbligarono al braccio di ferro di avanzare sempre più lentamente, mentre in profondità un bambino moriva di paura e all’esterno del foro una madre ed un padre erano disperati e pregavano Dio che non si portasse via il loro figlio, che non aveva nessuna colpa, se non quella di avere sei anni, voler correre in un campo e non vedere quella maledetta fessura infernale, lasciata aperta come le fauci di un leone affamato.
Bisognava solo fare in fretta, e su questa unica certezza si aggrapparono i genitori, la folla di curiosi accorsa sul posto e quanti si lasciarono intenerire dalla pena e la commozione, attraverso la televisione da ogni parte d’Italia, nel seguire le sorti di un bambino finito dentro a un pozzo, ritrovandosi ad essere spettatori malinconici di una tragedia che pretendeva un lieto fine.
La trivella faceva il suo dovere, ma quella roccia era più dura del ferro e quanto più veniva attaccata, tanto più si dimostrava dispettosa a farsi sventrare. Quelle continue sollecitazioni, le spinte della terra e chissà quale altra sventura fecero scivolare il corpo esausto di Michelino ancora più giù. La terra si inghiottì il suo esile corpicino, scaraventandolo altri 30 metri più sotto.
Aiuto… Nooo! Smettetela di far muovere tutto qui dentro, sto scivolando. Io non voglio andare ancora più giù. Io devo salire lassù da mamma. Devo tornare da lei e il mio papà che mi stanno aspettando, e se non ritorno si arrabbiano con me. Vi prego! Fatemi uscire da qui!
Intanto le ore continuavano a scorrere lente e inesorabili. In superficie la speranza assumeva sempre più i contorni di un evento soprannaturale, a cui Dio non poteva sottrarsi quella mattina, perché non era giusto che un suo piccolo angelo fosse prigioniero dell’inferno, mentre sempre più persone provavano a incoraggiare, offrire un supporto ed un aiuto morale, che sembrava non poter bastare mai. Venne messa in azione anche una seconda trivella, affinché si velocizzassero i tempi… ma il tempo sottoterra sembrava avere un ritmo tutto suo, molto diverso, più lento e inesorabilmente minaccioso in superficie.
L’attesa era sfibrante. Quella asperità della roccia era dura da vincere, e di Michelino si iniziavano a sentire sempre meno segnali di vita. Fu calata una sonda per far arrivare dell’acqua ed un po’ di zucchero. Una vocina, che sembrò provenire dall’aldilà, ringraziò qualcuno, ma era solo un affanno tormentoso di chi si sentiva sempre più lontano dalla vita, nonostante ne avesse vissuta così poca, ed immaginata sempre e solo con gli occhi da bambino, che crede solo ai giochi, fatti di una corsa a perdifiato, stando però attento a dove metti i piedi, perché se sbagli e cadi rischi di farti male o di pagare un pegno troppo grande.
Aiuto! Perché non fate in fretta? Mamma… vieni a salvarmi, ti prego. Apri questa porta e fammi uscire da qui. Non voglio stare più in castigo. Io non ho fatto niente. Non è colpa mia se volevo correre per venirti ad abbracciare. Non sono stato bravo a saltare, ma ora basta, voglio uscire, sono da troppo tempo qui. Ho paura!!!
Ormai quella funesta sventura era piombata nelle case di tutti gli italiani, che seguivano con apprensione e dolore la brutta storia in diretta: tutti desideravano che non finisse in maniera drammatica, perché erano certi che Michelino tornasse su e si potesse gridare al miracolo, in un anno dove tante altre disgrazie stavano inquietando il paese tra scandali e rapimenti sovversivi.
Tutti seppero di Michelino, finanche il Presidente della Repubblica, accorso per sostegno e solidarietà ad una mamma disperata, che iniziava a perdere il coraggio verso un atto di umanità necessario da parte di tutti quelli che le stavano intorno, ed erano davvero tanti, forse anche troppi, per tentare di salvare suo figlio, finito in un buco lasciato lì, come un ordigno inesploso.
Una mina vagante che non era giusto facesse del male solo al suo piccolino, da 19 ore rinchiuso sottoterra, sepolto vivo tra fango e roccia.
Mi porti al mare, mamma? Voglio andare sulla spiaggia per correre felice insieme a te e papà, e poi tutti insieme ce ne stiamo al sole, dopo aver fatto il bagno, perché io voglio la luce. Sono stanco di questo buio. Ora dormo un po’… forse così arrivi prima, mamma.
Quando la trivella raggiunse la quota di profondità dei 34 metri fu possibile stabilire il congiungimento con il pozzo artesiano in cui era imprigionato Michele. Ma il troppo fango, quelle maledette vibrazioni e chissà quale arcana forza a tirargli i piedi da sotto, fecero cadere il bambino molto più giù… tanto più sotto, troppo più vicino all’inferno!
In superficie si alternarono dei volontari, tutti mingherlini, dal fisico ristretto da starci bene in un condotto tanto piccolo, e scesero giù per andare a salvare Michelino. Il primo si lasciò calare a testa in giù, fino a 60 metri di profondità per raggiunse il bambino, che provò a saldare a sé con una imbracatura di corde. Ci provò, ripetutamente, facendosi spazio in quell’angusto spazio con le mani sporche di fango e sangue, ma per tre volte il corpicino viscido di fango sfilò dall’imbracatura, cedendo ancora di più verso il basso e intrappolandosi sempre più nel fango e la roccia dura.
Ad ogni fallimento, la voce di Michelino era sempre più labile. Un sottile rantolio affannoso, di chi è allo stremo delle forze: delle sue piccole forze.
Dopo il primo tentativo e quei 45 minuti all’inferno senza successo, fu la volta di un secondo volontario, che si armò con delle fettucce da camice psichiatrico con la speranza di riuscire ad afferrare il corpo del bambino e tirarlo su, saldando la presa dei lacci alle braccia con un effetto da cappio. Ma le piccole mani del bambino erano sottili, viscide e scivolose. Non si lasciarono bloccare.
Ci restò davvero tanto giù quell’ultimo volontario, ma l’impresa era disperata, assolutamente impossibile da realizzare in quelle condizioni.
Stava per arrendersi, e con lui un’intera nazione, rimasta inchiodata per 60 ore davanti al televisore per vedere tirar fuori da quella infernale fossa diabolica il piccolo Michelino.
Quando risalì in superficie l’uomo impattò il suo sguardo stremato con gli occhi della mamma del bambino; si sentì mancare l’aria nei polmoni. Il suo tentativo era fallito, ma la cosa più brutta da dover sopportare era l’idea che Michelino in quell’inferno ci fosse finito per sempre.
Lo aveva chiamato quando era giù, a pochi passi da lui, ma il bambino non aveva risposto, o forse non ne aveva più la forza o stava solo dormendo e non lo sentiva a quell’uomo, che nell’ultimo tentativo disperato si sentì stringere il cuore e attraversare l’anima da un buio molto più nero di quello del cunicolo nel quale si era intrufolato, che mai più avrebbe dimenticato, trasformandosi nel suo incubo più cattivo da combattere ogni notte prima di dormire.
Michelino, non l’aveva sentito davvero quell’uomo. Non poteva farlo. Si era addormentato nell’attesa che arrivasse la mamma, il papà o qualcuno dal paese delle meraviglie per svegliarlo e portarselo via con sé a giocare e dimenticare in fretta quel brutto posto cattivo.

Mamma… papà… sono stanco. Mi fa male la schiena e le mani non le sento più. Ora mi addormento un altro po’, ma non voglio farlo come di notte quando mi chiedete di fare le preghierine al Signore, perché io devo stare ancora per poco quaggiù. Vero?
Venite a svegliarmi presto, tanto lo so che è solo un brutto sogno che sto facendo.
Svegliami mamma…
Io ti aspetto qui…
Me ne starò buono e bravo e… ti prometto che non lo faccio mai più!





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