Tutti giù per terra (di Gianfranco Iovino) - Gianfranco Iovino

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tutti giù per terra
in memoria dell'esodo giuliano dalmata alle foibe

Ad Alessandro erano rimaste impresse come un marchio di fuoco sulla pelle le parole d’incoraggiamento urlate dall’uomo che, durante la notte, si era impadronito del suo sogno, proiettandogli un finale diverso da quanto il libro gli avesse fatto studiare.
Era solo un sogno il suo, ma tanto reale da ricordarselo perfettamente al risveglio, oltre che riemergere continuamente durante le ore di scuola attraverso quell’insistente voce, che spuntava dal nulla e si ostinava a ripetere: “Ce la faremo, vedrete. Seguitemi e andrà tutto bene!”
Tutto aveva avuto inizio con l’approfondimento scelto dall’insegnante di storia su un tema interessante, che riguardava molto da vicino la loro regione: le tragedie che hanno segnato il novecento. Sarebbe bastata poca ricerca per imbattersi in quelle a sfondo bellico, dove c’era tanto Friuli Venezia Giulia nell’eccidio perpetrato agli oltre sei milioni di ebrei nel mondo, ma in tanti si lasciarono incuriosire da quella “tragedia minore”, come la definì il professor Dalmazzi, relativa alle Foibe che coinvolse diecimila uomini, colpevoli di un torto incancellabile: essere, o anche solo sentirsi, italiani.
Alessandro si era lasciato intristire da alcune testimonianze lette in classe, raccolte dai sopravvissute alle foibe triestine, che lo inquietarono al punto da chiedere al padre di portarlo alla domenica a Basovizzo, tra gli inghiottitoi di anime innocenti, per destinare alla loro memoria una preghiera, per quanto fosse stato ingiusto condannarli solo perché italiani, in un terra non più ospitale, che li riteneva stranieri indesiderati da respingere, allontanare e buttare in fondo a un fosso.
Il ritorno a casa da quel viaggio tra storia, strazio e un’infinità di nomi e foto sbiadite, fu silenzioso per Alessandro, ma qualcosa dentro di lui prendeva sempre più forma e spazio: il tormento angoscioso per quell’eccidio violento e immorale, che a notte si trasformò in una fantasia della mente, che si accese in un sogno nel quale trovò spazio un uomo, a lui sconosciuto, alto come un gigante, che chiedeva di non fermarsi e continuare ad avanzare con tutte le forze possibili ancora a disposizione, perché poco più avanti sarebbe giunta la fine di quel lunghissimo esodo, iniziato dalla loro antica terra di Pola, diventata d’un tratto non più cordiale con loro.
«Riusciamo a stare un po’ concentrati, per favore?», lo riprese l’insegnante di inglese, intollerante all’idea di continuare a passare di fianco al primo banco e trovarci Alessandro Balzetti a fissare l’infinito oltre la finestra, prigioniero di chissà quale ricordo che gli aveva magnetizzato i pensieri.
«Mi scusi, prof», provò a ricomporsi l’alunno, mentre sentiva ancora perforargli i timpani l’eco di quella incessante voce che adesso ripeteva ininterrottamente: “Non fermatevi… Seguitemi, vi prego!”.
La mente, si sa, quanto più si prova a governarla, tanto più si ostina a giocarti contro per diventare nemica spietata con i suoi accanimenti, con i quali provare goduria a torturarti con un pensiero fisso, come goccia insistente che perfora la roccia, che in Alessandro si concentrò a rielaborare, ancora una volta, l’onirica immaginazione notturna, che non smetteva di inquietargli i pensieri quella mattina.
«Ce la faremo. Io vi dico che da queste ingorde bocche insaziabili di morte ne usciremo vivi, vedrete. Ma dovete avere fiducia in me», ripeteva a voce bassa il capofila del suo minuto reggimento di disperati profughi, uniti dallo stesso destino ed un filo spinato, che legava mani e polsi a tutti. Ci sarebbe voluto ancora poco di cammino a piedi scalzi, tra sassi, erba alta e spine, e quello spietato esodo sarebbe terminato con un salto nel buio, fatto fare a uno dietro l’altro, con un masso al collo per farli scivolare più velocemente giù nel baratro di una foibe senza fondo.
«Dio ci assiste. È vicino a noi, e questa mattina non moriremo», continuava ad incitare il primo della fila. «Ma non dobbiamo mollare… La storia ci guarda!» insisté ancora una volta, prima che il calcio di un fucile, con un colpo violentissimo dietro la nuca lo zittisse, lasciando che la sua voce si lasciasse imprigionare da un dolore fortissimo che gli afferrò il fiato in gola, quasi da soffocarlo.
Arrivati davanti ad una grande fossa nel terreno, buia e spettrale da assomigliare alla porta degli inferi, un militare di Tito ordinò al plotone dei prigionieri di fermarsi. Erano al capolinea di un viaggio che durava da più di due ore; più di uno sospirò, sollevato all’idea che stava per terminare quell’inutile supplizio dal finale scontato e inevitabile.
Due donne anziane, poi un bambino adolescente, e subito dopo due soldati senza gradi, e infine lui, il capofila, che adesso non incitava più nessuno, ma restava a guardarsi la lunga coda di persone dietro di lui, tutte legate da un filo ad un unico destino.
Ognuno dei componenti di quella lunga striscia di catturati, raccolto nelle proprie paure, restava silenzioso ad aspettare che accadesse qualcosa, di cui nessuno ne era a conoscenza, ma che era di certo dall’esito cattivo per tutti.
Poi, ad un tratto, si udirono poche parole pronunciate da un soldato ad voce alta e un tono rabbioso, così da dare a quell’ordine ancora più severità. Davanti alla cavità carsica i sei prigionieri dovevano compiere un ultimo gesto prima di sapersi liberati per sempre. Un’ultima azione; la più spietata, però: buttarsi giù, uno dietro l’altro, perché indesiderati stranieri traditori, fascisti, dissidenti e, soprattutto, italiani!
Nessuno sarebbe potuto uscire dalla fila di quel gioco sadico e crudele: legati tra loro, sarebbero dovuti saltare giù nel buio e finire… tutti giù per terra!
Il mitra di un soldato, pronto a sparare la sua raffica di incoraggiamento, non fu necessario da chiamare in causa, perché il primo si lanciò verso la voragine, e nel precipitare si portò tutti quanti dietro sé.
Forse un gioco di prestigio, il fato, o solo perché non era stato unito bene il filo di ferro che teneva bloccati i polsi a tutti, che si spezzò, permettendo al capofila, il gigante buono, di Tutti giù per terra afferrare saldamente un masso e sostenersi con tutte le proprie forze a quell’insenatura di roccia per mantenersi sospeso tra vuoto e buio, con aggrappato a sé tutto il resto del gruppo, appeso alle sue caviglie con quello stesso filo che un attimo prima sapeva di morte e adesso era l’unico appiglio con cui aggrapparsi alla vita. Uno alla volta, l’uomo alto e forte più di un ciclope, se li tirò a sé, liberandoli dal vuoto che li teneva sospesi nel nulla.
«Coraggio. Vi tengo io. -diceva a tutti- Ce la faremo a guardare ancora il sole», e ad ogni nuovo incitamento un sorriso, sempre più acceso, scioglieva il ghiaccio anche sui cuori degli altri, che iniziavano sempre più a credere in quel miracolo.
Lo strazio fisico sostenuto durante il lunghissimo esodo, e i persistenti soprusi fisici subiti nel tragitto da prigionieri fino a Trieste, avevano sfinito i sei superstiti, che rimasero tutta la notte nella cavità, protetti dal buio, ma non dalle grida che ascoltarono qualche ora dopo, lanciate da altri meno fortunati di loro, che stavano volando giù all’inferno, senza nessun angelo a prenderseli al volo con un abbraccio.
Al mattino successivo, appena la bocca della caverna si lasciò illuminare dalla luce del giorno, iniziarono la risalita, costeggiando lentamente la roccia.
“Ancora un po’ di sacrificio e vedremo l’azzurro del cielo” continuava a ripetere il capobranco, mentre saliva verso l’alto, facendo strada ai suoi amici di sventura, tenuti legati l’uno all’altro dalle loro stesse mani, unite in catena come in un gioco da bambini.
Solo quando i raggi caldi del sole illuminarono le facce a tutti gli evasi dal buio, l’eroe dell’impresa accorgendosi di Alessandro, spettatore silenzioso di tutta l’odissea vissuta, lo salutò con la mano e poi si avvicinò per parlargli a voce bassa, appena sussurrata per non farsi ascoltare da nessuno: «Ciao. Hai visto? Ce l’abbiamo fatta a salvarci. Siamo felici di essere sopravvissuti alla morte, ma questo miracolo all’inferno non deve restare un sogno o un prodigio, ma servire a riflettere e comprendere che la guerra non è un gioco ed è molto meglio restare in pace e in amore con tutti, perché è inaudito il criminale odio che scatena negli uomini la guerra!»
E fu in quel punto preciso del sogno che Alessandro si svegliò, agitato da quella visione tanto reale prodotta dalla sua mente, arricchita da un monito finale depositato in consegna come una missione da diffondere, da parte di quell’eroico uomo, mentre tornava a prendersi cura dei suoi amici di sventura.
Era stato solo un sogno il suo, così realistico da continuare ad essere rimuginato per tutta la mattina successiva a scuola da Alessandro, ma anche motivo di profonda amarezza e delusione perché immaginario e totalmente diverso dalla realtà di quei fatti accaduti realmente cinquant’anni anni prima, dove uomini e donne identici a quelli del sogno, non potendo contare su nessun miracolo o la forza di un gigante buono, affrontarono un salto nel buio da cui non fecero mai più ritorno.
Fu tanto intensa quell’esperienza notturna per il ragazzo da diventare, qualche settimana dopo, la trama del tema narrativo sviluppato per un compito di classe che gli valse la pubblicazione sul giornalino dell’Istituto, per quanto fosse risultato intenso.
A fine scuola, desideroso di liberarsi dalla voce nella testa che proseguiva a ripetere ed assillarlo con una monotona cantilena insopportabile: “Ecco il sole… Va tutto bene”,
Alessandro s’incamminò verso casa a passi veloci e testa bassa, come mortificato da quella storia che sapeva non esistere, completamente diversa dalla realtà dei fatti che vide invece tanta povera gente lanciata nel vuoto ad incontrare la morte.
Ad un tratto, una frase urlata dall’altra parte della strada bloccò i passi ad Alessandro, obbligandolo a voltarsi di scatto sulla sua destra: in un parco pubblico, sei bambine unite per la mano, giravano ripetutamente in tondo ad un cerchio immaginario, fino a quando si fermarono ed una di loro urlò l’ultima parte della filastrocca di quell’infantile gioco che le teneva legate: “casca il mondo, casca anche la terra… TUTTI GIU’ PER TERRA!”

vincitore 1° premio al concorso letterario "VILLOTTE: storie in cammino"
©2020 GianfrancoIovino.it
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