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Dinanzi a quel quadro di desolazione per l’assenza di volti e rumori, Gaetano, fermo a guardare i binari perdersi nella profondità del suo sguardo, rimaneva tranquillo nella sua postura a far da sentinella al silenzio. Paziente come solo lui sapeva essere, aspettava qualcuno che, prima o poi, scendesse da un treno, facendo finalmente ritorno da un lungo viaggio, per ricongiungersi a lui, abbracciarlo e portarselo via con sé.
Una convinzione che gli bastava per resistere a freddo e pioggia, caldo e vento, mentre il cuore gli batteva forte in petto a ogni sibilo in lontananza, portato fino a lui dal vento, che nell’avvicinarsi fa vibrare il terreno sotto ai piedi, e poi veloce gli sfila sotto gli occhi, senza fermarsi mai.
 La gente del paese si era così tanto abituata alla sua presenza che neppure notava più quel taciturno e angoloso stazionare di fianco a una panchina, discreto e tranquillo, da ispirare riflessioni e fantasie su quell’attesa misteriosa.
  Per tanti, Gaetano era diventato parte integrante della stazione, sempre meno frequentata, oltre che un diversivo della mente con cui ingannare l’attesa, se il treno su cui salire subiva qualche imprevisto da ritardarne l’arrivo, scatenando fantasie che lo vedevano protagonista di storie improbabili, figlie di quell’immancabile e puntuale sua presenza, all’ora esatta in cui le campane della chiesa suonano 12 rintocchi a terminare la prima metà della giornata.
 Lui, Gaetano, imperterrito, ogni santo giorno arrivava alla vecchia stazione costruita nel primo dopoguerra, per rimanerci il tempo di ascoltare che nel vento nessun sibilo assomigliasse a un treno in lontananza, e uscirne qualche minuto dopo, a capo chino, lasciando immaginare il peso contenuto nell’ennesima amarezza per un incontro disatteso, che andava rimandato di un altro giorno ancora, certo che alla fine lo avrebbe ricongiunto al suo passato più felice, di un tempo ormai andato, ma mai dimenticato.
 Gaetano, però, non dava segni di impazienza per quella quotidiana consuetudine, per lui che era stato abituato fin da piccolo a rimanere spesso solo con sé stesso, non avendo mai vissuto l’amore di sua madre accanto, investita pochi giorni dopo la sua nascita da un’auto a folle velocità, mentre del padre non aveva mai saputo nulla, crescendo solo e libero, da anima sciolta e un po' randagia, senza un pedigree che gli assicuri un pasto caldo ogni giorno, ma che va guadagnato tra vicoli e immondizia della strada, mentre diventi adulto e poi anziano.
 Era conosciuto da tutti in paese Gaetano; definito un tipo "bello tosto", che ostinato aspettava il treno che gli riportasse indietro la sua migliore amica, incontrata per la prima volta quando era ancora piccolo, in un pomeriggio di metà agosto, con il caldo afoso a stremare il respiro e l’aria tutto intorno, che sa di asfalto surriscaldato.
 Esterina, nome con cui la ragazza si presentò a lui, era ferma di fianco alla fontana di pietra della piazza principale, a mangiare un gelato a due colori, fatto di fragola e limone, con gli occhi chiusi per godersi fino in fondo quel refrigerio ghiacciato. Con la lingua a penzoloni e il desiderio ardente di un sorso d'acqua, Gaetano puntò deciso una pozza d’acqua, che raggiunse accelerando il passo, da farlo sbattere involontariamente contro la ragazza, assorta nei suoi pensieri e messa di spalle a lui, che la fece sobbalzare e, dallo spavento, indietreggiare di qualche passo, inciampando nel gradino della fontana, finendo per terra, incluso il cono, che sfuggitole di mano, si spiaccicò al suolo, diventando preda di Gaetano, avventatosi su quel dono inaspettato senza preoccuparsi di chiedere il permesso di poterlo fare suo.
 Esterina avrebbe voluto scatenargli addosso tutta la sua rabbia, ma le bastò fissarlo, con il muso imbrattato di crema e gli occhi dolci da sembrare chiedessero scusa per quel ratto involontario, che scoppiò a ridere e sciolse paura e arrabbiatura dai pensieri suoi.
 Ebbe così inizio da quello scontro occasionale, fatto di sfioramento e un concentrato tra meraviglia e spavento, l’amicizia tra i due, duratura e indivisibile, almeno fino a quella loro ultima volta insieme alla stazione.
 Esterina si era affezionata moltissimo a Gaetano, affidabile e intraprendente compagno di passeggiate per i campi, per quanto sapesse dimostrarsi amabile a starle vicino per accaparrarsi un po' di coccole, cibo e porzioni di gelato che amava particolarmente, o anche solo per il gusto di sapersi il destinatario delle lamentose confessioni della ragazza, quando in lui trovava conforto e sfogo per rivolgergli lunghissimi monologhi nel giardino sotto casa, per lei che si sentiva tradita dall'amore e si imbatteva spesso nei ripetuti contrasti aspri e pungenti con i genitori, che non volevano andasse via dal loro minuscolo paese per provare a vivere in una grande città, da lei desiderata con tutta se stessa e sfuggire agli occhi puntati addosso dalla gente pettegola, che non aspetta altro se ti vesti in maniera leggera o smaliziata, o ti ritrovi a camminare per ore, con al fianco il tuo amico a quattro zampe, a cui aveva dato il nome che era di suo nonno: Gaetano, che sembrava piacesse molto anche a lui, quando qualcuno lo chiamava da lontano.
 Una bella storia di amicizia quella tra Esterina e Gaetano, per una frequentazione che andò avanti fino a quando la ragazza una mattina, e più precisamente alle 12 in punto di un 24 aprile di sei anni prima, lo salutò per un'ultima volta alla stazione, prima di salire su un treno che l'avrebbe portata lontana da lui per sempre.
 Un "per sempre" che risultò inafferrabile per entrambi.
 Un "per sempre" che si accendeva spesso tra i ricordi di Gaetano, mentre ricordava della sua amica che gli sta accanto, parla senza sapere cosa voglia dire, e gli accarezza la testa.  
 Da quell’ultima volta in stazione non c’era stato più nessun ricongiungimento tra i due.
 Il treno, che si era portato via Esterina fino a Milano, dove l'aspettava una zia che l'avrebbe aiutata a lavorare come sarta, non avrebbe mai più portato indietro, nel minuscolo paesino di montagna, la ragazza dai riccioli biondi, per ricongiungerla al suo fedele amico, e i suoi genitori che, da quell’ultimo saluto, non la videro più tornare a casa.
 Esterina, morta qualche anno dopo la sua partenza per un improvviso brutto male, lasciò in eredità a chi la conosceva un labile ricordo, che nel tempo venne completamente dimenticato da tutti, tranne che per Gaetano, ostinato nel ripetere, per sei lunghi anni, quell’andirivieni dalla stazione ferroviaria, sempre più svuotata, all’ora esatta in cui vide salire sopra un treno la sua amica, che dopo averlo accarezzato gli sorrise, a definitivo congedo tra una ragazza in cerca della propria autonomia e libertà e un intreccio di pastore maremmano, cresciuto alto e grosso più di un mulo, ben voluto da tutti in paese per la disponibilità sempre a una carezza, in cambio di un po' d’avanzi da mangiare, che tornava ogni giorno in quella stazione, accucciandosi di fianco alla panchina dove si era seduta per l’ultima volta la sua Esterina.
 È ora di andare… Neppure oggi nessun treno si fermerà per far scendere la sua amica.
 Mentre si avvia per uscire dalla stazione, sente che qualcosa dentro gli agita il fiato in gola. Si ferma ad ascoltarsi il cuore, ormai invecchiato, anche se batte sempre più velocemente dentro al petto, come un tamburo che scandisce un tempo di guerra per un’ultima battaglia.
 Gli occhi di Gaetano si fanno di colpo pesanti, vogliono chiudersi, fare buio dentro e attorno a lui, desiderosi di un po’ di riposo, mentre una luce fortissima, più di quella del sole, squarcia la penombra della stazione, desolata di viaggiatori e suoni, mentre in lontananza si sente lo stridere di un treno che ferma la sua corsa, e subito dopo dei passi sull’asfalto che si avvicinano; sono di Esterina, che gli va incontro per abbracciarlo e dirgli sottovoce: «Ciao, bel cagnolone,» con un tono di voce che il cane avrebbe riconosciuto in mezzo a mille assordanti rumori, mentre si lascia incantare dall’azzurro degli occhi della ragazza che gli illuminano il viso.
 «Eccomi qui caro amico mio del cuore. Sapevo che mi stavi aspettando. Ora chiudi gli occhi e riposa… Sono qui con te. La tua Esterina è tornata e ti terrà compagnia, mentre viaggeremo su un treno che percorre binari silenziosi, per farci spiccare il volo spingendoci sempre più su, nel blu del cielo stellato, per un volo senza biglietto di ritorno».
    L'immagine sorridente di Esterina, accovacciata al suo fianco ad accarezzargli il pelo, si trasformò per il cane in un momento fantastico, sentendosi di colpo trasformato da eterna sentinella a viaggiatore, senza una valigia da portarsi dietro, ma solo un pieno di ricordi, che si ricongiungono al suo passato più felice, da non permettergli di immaginare che quanto stesse vivendo fosse solo un sogno, che decise di trattenere dentro di sé, chiudendo più fortemente gli occhi per non fare mai più scappare la sua amica, e in sua compagnia intraprendere il suo primo lungo viaggio, su un treno tutto bianco, che punta dritto alle stelle.



(racconto vincitore al concorso letterario "Città di Fermo 12° edizione" - Sezione Narrativa a tema: Amore a 4 zampe





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