racconti inediti di Gianfranco Iovino - Gianfranco Iovino

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Non lo faccio mai più
Perché mamma non viene a tirarmi fuori da questo brutto posto? Cosa devo aspettare ancora?
Mica l’ho fatto apposta… non ho visto il buco e non è colpa mia se adesso nessuno mi sente, mentre grido e mi dispero in questo buio così uguale ad un freddo e stretto corridoio dell’inferno.
Mamma, dove sei!? Venitemi a prendere, sono quaggiù, prigioniero, incastrato e ho solo tanta paura.
Ehi, voi… ma cosa state facendo? No! Non chiudete la porta… non lasciatemi qui… Qui da solo... HO PAURA!!!

Le urla disperate del piccolo Alfredino sembrano sgretolarsi contro la roccia dura, sbriciolandosi nel vuoto per poi piombare giù, a peso morto, nel fondo di quel pozzo lasciato incautamente a far da trappola per un bambino che corre… menrte sta guardando il cielo e vuole solo tornare presto a casa dalla sua mamma.
"Perché non è ancora rientrato? Fuori c’è buio e un bambino di sei anni non deve restare a giocare tra le braccia lunghe della notte. È pericoloso. Che gli sia accaduto qualcosa?"
Pensieri agitati e sconnessi, di una mamma che sente nell’aria che respira un odore strano, pesante, da brutte notizie che stanno per pioverle addosso come un fuoco ardente di lapilli e lava.
Chiude gli occhi la donna, fa buio intorno a sé e prova a tranquillizzarsi, scacciando via quel pensiero cattivo. Ma il fiato in gola la opprime. Da lontano lo sente. Sente la voce del suo Alfredino… Gli è successo qualcosa!
Finalmente vengono allertati i carabinieri per iniziare le ricerche di soccorso e fare luce, con torce e fari, fra le lame scure di un’afosa sera di inizio giugno, per andare a caccia di un bambino, bello come il sole, che ama ridere e adesso, di sicuro, starà piangendo perché sa che la mamma è preoccupata del suo ritardo, e quando lo ritroverà, sarà per sgridarlo e metterlo in castigo, finendo a letto senza cena.
Solo tre ore dopo alla caduta nell’inferno, un carabiniere si rende conto che un sottile ululare cerca di farsi spazio tra le lamiere lasciate sul terreno per chiudere un pozzo artesiano. Si concentra su quel sibilo lontano, quella voce da bambino che proviene da distante, quasi fosse dietro un vetro o una porta chiusa, laggiù… in una lontanissima profondità.
"È QUI!" – grida emozionato il militare, mentre cerca di fare spazio ai suoi occhi nell’oscurità per comprendere quando sia finito giù il bambino.
Non vede nulla, però. Troppo il buio e troppa la distanza da colmare solo con gli occhi e la paura di una tragedia che gli rende pesate il respiro, come un grosso macigno messo sopra al suo cuore.
Franca, la mamma di Alfredino, appena raggiunge la bocca dell’inferno, chiama suo figlio con tutto il fiato che ha in gola. Vuole una conferma che sia lui. Che sia finito lì dentro, ma che ancora respira e vuole solo essere tirato fuori da quella prigione infernale.
«Alfredino, sei lì?» e per quella domanda, la donna, non avrebbe mai voluto ricevere risposta. Ma dalle viscere della terra arrivò poco più di un soffio di fiato ed un’agghiacciante verità: suo figlio era proprio là sotto.
Bisognava tirarlo fuori il più in fretta possibile. Il suo angelo era intrappolato in un buco maledetto, coperto come una trappola per animali da un bandone di lamiera. Ma come c’era finito lì? Chi era l’assassino che aveva lasciato aperta quella botola? Come era stato possibile?
Chi, forse, lo aveva spinto e poi bloccata l’unica via di fuga, coprendola di nuovo?
Malvagi presagi, resi appuntiti come pezzi di vetro sparsi sul cuore, agitarono di tensione la donna per non sapere come aiutare suo figlio.
Era lì a disperarsi e chiedere aiuto chiunque si avvicinasse a quella bocca buia per provare a tirar fuori suo figlio da quel maledetto fosso.
Quando arrivarono sul posto i Vigili del Fuoco, la scena che si presentò ai loro occhi bastò per far comprendere all'istante per cosa fossero stati chiamati quella notte. Nessun incendio, nessun fuoco da domare, ma un buco stretto 28 centimetri e profondo 80 metri, da cui far uscire fuori vivo un bambino di sei anni appena, caduto giù mente ritornava a casa.
Provarono a determinare quanta profondità ci fosse tra loro e il corpicino di Alfredino, e poi tentarono di calare una tavola di legno, che permettesse al bambino, bloccato a 36 metri più sotto, di aggrapparsi per essere riportato su, come un gancio a cui aggrapparsi per tirarti fuori dai guai.
Ma quella buca era strettissima e viscida di fango. La tavola si inceppò in una sporgenza di roccia e ostruì ogni possibilità di recupero o ulteriore discesa nel caliginoso oblio del cunicolo.
Non era più possibile far scendere la tavola di soccorso, neanche il buco fosse come un grande mare in cui era naufragato Alfredino che bisognava si aggrappasse a lei per galleggiare e tornare in superficie.
Mentre la madre e il padre continuavano a parlargli, il bambino iniziò a immaginare che il luogo dov’era non poteva essere una punizione, inflittagli per colpa della sua voglia di correre senza guardare dove mettesse i piedi, ma un accesso segreto ad un mondo di favole, incantato come quello di Alice, e nell’attesa che arrivasse il bianconiglio per portarlo fuori da lì, con quel pensiero provò a farsi coraggio, quando diventa difficile immaginare che possa ancora averne a disposizione un bambino di soli 6 anni, intrappolato in un buco da tante ore, con la paura che ti fa perdere le forze e la voglia di gridare.
"Vieni a salvarmi mammina. Apri questa porta e fammi uscire. Non voglio più stare qui dentro... Io non ho fatto niente… Stavo solo correndo, ma… non lo faccio mai più!"
E mentre si ascoltava la sua voce sempre più rantolosa in quel buco pieno d’eco, Alfredino chiuse gli occhi perché era stanco di guardare in su, nella speranza che arrivasse qualcuno a liberarlo. Lui aveva solo tanta paura e nostalgia di casa.
Il nonno gli aveva sempre detto che quando si ha paura non bisogna piangere, ma farsi coraggio pensando a qualcosa di bello. E lui seguì quel consiglio, ricordandosi del mare, delle sue passeggiate nei campi di grano e di quanto fosse emozionante tornare a casa e trovare le braccia della mamma a stringerlo forte e proteggerlo, per quello che era per Alfredino il posto più sicuro al mondo.
«MAMMA!!!» e questa volta la chiamò urlando con tutte le sue forze, al punto che quella disperazione arrivò intatta fino alla bocca del pozzo, dove due occhi pieni di lacrime ed un cuore di mamma a pressarle contro il petto per la paura, stavano cercando di incoraggiare suo figlio.
«Alfredino mio, aspetta ancora un po’. Stiamo arrivando. Ti veniamo a salvare», e in quella illusione la donna ci infilò ogni sua minima speranza, affidando a Dio la certezza che avrebbe riabbracciato suo figlio quella notte stessa.
Nel concitato affollamento di persone che si assembrarono nella zona della tragica fatalità, ci furono dei volontari speleologi che provarono a calarsi giù, ma quella tavoletta non si muoveva da quell'incaglio e l’unica possibilità di recupero del bambino era rappresentata dallo scavare un pozzo parallelo da cui calarsi per riportare in salvo il bambino.
Era già mattina, quella del giorno dopo, quando una trivella iniziò a perforare la terra per arrivare fino giù da Alfredino. Ma non fu facile, come ogni speranza si illudeva che fosse: la terra era argillosa all’inizio, per poi diventare compatta, robusta; uno stato spesso di roccia durissima, che obbligarono al braccio di ferro di avanzare sempre più lentamente, mentre in profondità un bambino moriva di paura e all’esterno del foro sua madre ed il padre erano uniti da una disperazione senza fine, e pregavano Dio che non si portasse via il loro figlio, che non aveva nessuna colpa e non era giusto che fosse finito laggiù, tra buio, solitudine e paura, che hanno in comune lo stesso colore.
Bisognava solo fare in fretta, e su questa certezza si aggrapparono i genitori, la folla di curiosi accorsa sul posto, e quanti si lasciarono intenerire dalla pena e la commozione, attraverso la televisione da ogni parte d’Italia, nel seguire le sorti di un bambino finito dentro a un pozzo artesiano.
La trivella faceva il suo dovere, ma quella roccia era più dura del ferro e quanto più veniva attaccata, tanto più si dimostrava dispettosa a farsi sventrare. Le continue sollecitazioni, le spinte della terra, e chissà quale altra sventura imprevista, fecero scivolare il corpo esausto di Alfredino ancora più in giù. La terra si inghiottì il suo esile corpicino, scaraventandolo altri 30 metri più sotto.
"Aiuto… Nooo! Smettetela di far muovere tutto qui dentro, sto scivolando. Io non voglio andare ancora più giù. Io devo salire da mamma. Devo tornare da lei e il mio papà che mi stanno aspettando, e se non ritorno si arrabbiano con me. Vi prego! Fatemi uscire da qui!"
Intanto le ore continuavano a scorrere lente e inesorabili. In superficie la speranza assumeva sempre più i contorni di un evento soprannaturale, a cui Dio non poteva sottrarsi quella mattina, perché non era giusto che un suo piccolo angelo fosse prigioniero dell’inferno, mentre sempre più persone provavano a incoraggiare, offrire un supporto ed aiuto morale, che sembrava non poter bastare mai.
Venne messa in azione anche una seconda trivella, affinché si velocizzassero i tempi… ma il tempo sottoterra sembrava avere un ritmo tutto suo, molto diverso, più lento e inesorabilmente minaccioso in superficie.
L’attesa era sfibrante. Quella asperità della roccia era dura da vincere, e di Alfredino si iniziavano a sentire sempre meno segnali di vita.
Venne calata una sonda per far arrivare dell’acqua ed un po’ di zucchero. Una vocina, che sembrò provenire dall’aldilà, ringraziò qualcuno, ma era solo un affanno tormentoso di chi si sentiva sempre più lontano dalla vita, nonostante ne avesse vissuta così poca, ed immaginata sempre e solo con gli occhi da bambino, che crede ai suoi giochi, fatti di una corsa a perdifiato, stando però attento a dove mette i piedi, perché se sbagli e cadi rischi di farti male o di pagare un pegno troppo grande.
"Aiuto! Perché non fate in fretta? Mamma… vieni tu a salvarmi, per favore. Apri questa porta e fammi uscire da qui. Non voglio stare in castigo. Io non ho fatto niente di male, te lo giuro! Non è colpa mia se volevo correre per venirti ad abbracciare. Non sono stato bravo a saltare, ma ora basta, voglio uscire, sono da troppo tempo qui. Ho pagato il mio pegno... Ho paura!!!"
Ormai quella funesta sventura era piombata nelle case di tutti gli italiani, che seguivano con apprensione e dolore la brutta storia in diretta: tutti desideravano che non finisse in maniera drammatica, perché erano certi che Alfredino tornasse su e si potesse gridare al miracolo, in un anno dove tante altre disgrazie stavano inquietando il paese, tra scandali e rapimenti sovversivi.
Tutti seppero di Alfredino, finanche il Presidente della Repubblica, accorso per sostegno e solidarietà ad una mamma disperata, che iniziava a perdere il coraggio verso un atto di umanità necessario da parte di tutti quelli che le stavano intorno, ed erano davvero tanti, forse anche troppi, per tentare di salvare suo figlio, finito in un buco lasciato lì, come un ordigno inesploso.
Una mina vagante che non era giusto facesse del male solo al suo piccolino, da 19 ore rinchiuso sottoterra, sepolto vivo tra fango e roccia dura.
"Mi porti al mare, mamma? Voglio andare sulla spiaggia per correre felice insieme a te e papà... Ricordi quando ci siamo stati l'ultima volta e mi avete scatto quella foto, dove provavo a sorridere con gli occhi chiusi dal sole? Dai mamma... Fammi uscire da qui! Voglio andare al mare, così tutti insieme ce ne stiamo al sole, dopo aver fatto il bagno. Sono stanco di questo buio. Ora dormo un po’… forse così arrivi prima, mamma."
Quando la trivella raggiunse la quota di profondità dei 34 metri fu possibile stabilire il congiungimento con il pozzo artesiano in cui era imprigionato Alfredo. Ma il troppo fango, quelle maledette vibrazioni e chissà quale arcana forza a tirargli i piedi da sotto, fecero cadere il bambino molto più giù… tanto più sotto, troppo più vicino all’inferno!
In superficie si alternarono dei volontari, tutti mingherlini, dal fisico ristretto da starci bene in un condotto tanto piccolo e stretto, e scesero giù per andare a salvare Alfredino. Il primo si lasciò calare a testa in giù, fino a 60 metri di profondità per raggiungere il bambino, che provò a saldare a sé con una imbracatura di corde. Ci provò, ripetutamente, facendosi spazio in quell’angusto spazio con le mani sporche di fango e sangue, ma per tre volte il corpicino viscido di fango sfilò dall’imbracatura, cedendo ancora di più verso il basso, intrappolandosi sempre più nel fango duro.
Ad ogni fallimento, la voce di Alfredino era sempre più flebile e labile. Un sottile rantolio, di chi è allo stremo delle forze: delle sue piccole forze.
Dopo il primo tentativo e quei 45 minuti all’inferno senza successo, fu la volta di un secondo volontario, che si armò di alcune fettucce da camice psichiatrico, con la speranza di riuscire ad afferrare il corpo del bambino e tirarlo su, saldando la presa dei lacci alle braccia con un gioco da cappio. Ma le piccole mani del bambino erano sottili, viscide e scivolose. Non si lasciarono bloccare.
Ci restò davvero tanto giù quell’ultimo volontario, ma l’impresa era troppo disperata, assolutamente impossibile da realizzare in quelle condizioni.
Stava per arrendersi, e con lui un’intera nazione, rimasta inchiodata per 60 ore davanti al televisore per vedere tirar fuori da quella infernale fossa diabolica il piccolo Alfredino.
Quando risalì in superficie l’uomo impattò il suo sguardo stremato con gli occhi della mamma del bambino; si sentì mancare l’aria nei polmoni. Il suo tentativo era fallito, ma la cosa più tremenda da dover sopportare fu l’idea che Alfredino in quell’inferno ci fosse finito per sempre.
Lo aveva chiamato quando era giù, a pochi passi da lui, ma il bambino non aveva risposto, o forse non ne aveva più la forza o... stava solo dormendo e non lo sentiva a quell’uomo, che nell’ultimo tentativo disperato si sentì stringere il cuore e attraversare l’anima da un buio molto più nero di quello del cunicolo nel quale si era intrufolato, che mai più avrebbe più dimenticato, trasformandosi nel suo incubo più cattivo da combattere ogni notte prima di dormire.
Alfredino davvero non l’aveva sentito quell’uomo. Non poteva. Si era addormentato poco prima nell’attesa che arrivasse la mamma, il papà o qualcuno dal paese delle meraviglie per svegliarlo e portarselo con sé a giocare, e dimenticare in fretta quel brutto posto cattivo.

Mamma… papà… io sono stanco. Mi fa male la schiena e le mani non le sento più.
Ora mi addormento un altro po’, ma non voglio farlo come di notte, quando mi chiedete di fare le preghierine al Signore, perché io devo stare ancora per poco quaggiù. Vero?

Venite a svegliarmi presto, tanto lo so che è solo un brutto sogno che sto facendo.
Svegliami mamma…
Io ti aspetto qui…
Me ne starò buono e bravo eti prometto che... non lo faccio mai più!



in ricordo di Alfredino Rampi




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