racconti inediti di Gianfranco Iovino - Gianfranco Iovino

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la prima volta al mare
La mia prima volta al mare è stata un’esperienza davvero emozionante per me; direi indimenticabile! Arrivata ad appena due passi dalla sua pelle bagnata, sono rimasta ore ad ammirarlo, maestoso ed imperioso come solo lui sa essere, nell’instancabile movenza ondulata da incantatore, da spingermi ad avvicinarmi sempre di più a lui, fino a poterlo sfiorare, toccare e immergermi lentamente nelle sue fresche acque, tanto avvolgenti da farmi sentire, fin da subito, parte indissolubile di quel miscuglio sconfinato d’acqua e sale, che accoglie emai respinge o si lamenta, anche se ho percepito, fin dal primo istante, che la mia presenza in quel suo equilibrio stabile era da intrusa e alquanto fastidiosa.
È stato molto tempo fa… ma ricordo come fosse ieri il nostro primo approccio: tutto così inevitabile e naturale, da meravigliarmi per quanto mi sentissi attratta inspiegabilmente da lui, che onda dopo onda mi chiamava a sé.
Come tutte le cose che non mostrano i propri confini, e in quanto tali consigliano prudenza, di lui ho nutrito subito un gran rispetto, perché sapevo bene che se fossi arrivata a riva, mi sarei lasciata trasportare dal suo richiamo a navigarlo, dando così inizio a un viaggio da cui non sarebbe stata impresa facile poter tornare indietro.
E così fu… Come temevo, dalla sua forza irresistibile e la mia debolezza a rifiutarlo, si è fatta strada la spinta necessaria che ha sancito il varo di un viaggio senza rotta, con ignota destinazione e unici compagni, ad arricchire la mia avventura solitaria, gli imprevisti e le sorprese… per niente facili da gestire quando ti trovi in alto mare, imprigionata dall’acqua, con sopra di te un cielo sterminato a farti da coperta e sotto una profondità sconosciuta, che inquieta per quante cose possa nasconderti o far emergere all’improvviso…
Onde magistrali, silenzi sconfinati e misteri silenziosi tra i fondali sono elementi troppo più grandi di me per illudermi di respingerli. Io, che sono così piccola e indifesa, è bastato poco per comprendere che nulla in mezzo al mare va combattuto, ma accettato, abbandonandosi al moto lunare delle maree, delle correnti e i venti e brezze che spirano da ogni lato, ingigantendo le onde a minacciare il tuo insicuro galleggiare senza sosta e meta.
Oggi, lo confesso, non saprei più fare a meno del mio mare, col suo odore e il suo instancabile rumore a farmi compagnia, ma non dimentico i nostri primi giorni, difficili da reggere per chi si sente fuori luogo e oggetto estraneo, che inconsapevolmente e senza colpe farà al suo passaggio enormi danni!
Che viaggio incredibile è stato quello mio. Rilassata a quel perpetuo moto irregolare, mi son lasciata trascinare lontano dalla riva, verso un destino che, dal quel momento, avrebbe scritto il mare con le sue correnti al posto mio.
Leggera come una piuma mi sono separata dalla spiaggia, guardando la città allontanarsi sempre più da me, fino a confonderne i contorni e le distanze diventare solo una striscia scura in lontananza.
Ho navigato tanto mare… Tra raggi di sole infiammati che sciolgono la pelle e tramonti di rosso che incendiano il cielo, o giornate di pioggia incessante che ingrossa le onde e la paura di affondare!
Sono rimasta sempre lì, sulla sua cresta a navigarlo; sballottata, agitata, ondeggiata e poi cullata, mossa da una corrente sempre nuova, che ha disegnato la mia rotta per tutto il tempo in cui mi è stato permesso di solcare il grande mare, che mi ha mostrato le sue infinite meraviglie, raccolte nel fascino notturno di un cielo stellato, da sembrare luminose lentiggini di Dio, o con la luna piena che si tuffa con la coda per farsi il bagno e illuminarti il sentiero del domani, o anche la comparsa di quei venti impetuosi, che non ho mai capito chi li spinge in mezzo al mare, che ti rinfrescano e ti gelano la pelle; la mia che… per fortuna, liscia, forte e imperforabile, ha saputo sempre reggere alle avversità del tempo e le stagioni.
Ma ho visto anche cose brutte assai sopra questo immenso deserto d'acqua, che unisce ma anche separa terre, nei cieli senza luna e il mare crespo da pieno inverno, mentre ti passa accanto una barca piccolissima, come il guscio di una noce, con dentro tante persone dalle facce disperate che piangono e pre-gano, temendo il peggio per chi fugge sull’acqua ma non sa nuotare, mentre cerca di raggiungere una terra di speranza, per seminare dietro sé fame, paura e guerra.
Ma ciò che più di ogni altra cosa mi ha segnato di dolore, è stato quando sono finita incastrata tra gli scogli, sballottata dalle onde come un derelitto da naufragio, prima di essere inghiottita da cavalloni alti come montagne, che hanno sempre più appesantito il corpo mio, che colmo d'acqua salata mi ha spinto verso il baratro, per farmi toccare il fondo da cui non sono mai più riuscita a risalire a galla.
Tra queste profondità in cui son ora imprigionata, dove nessun umano si spinge mai a guardare, per capire veramente cosa sta succedendo al suo malato mare, mi sono vergognata a sapermi causa involontaria e inevitabile di un oltraggio criminale senza fine. Un cimitero di rifiuti disseminato in fondo al mare, tra vetro e ferro sparso ovunque, con la vegetazione appestata dai veleni del petrolio e i detersivi, mentre i pesci si ammalano d’indigestione per colpa dei detriti della plastica mescolata a reti, piatti e oggetti spersi ovunque, in un universo sommerso… Sommerso solo da rifiuti!
Ormai sono tanti anni che vivo in questo posto, tra questi scempi di bruttezze che nessuno vuol vedere, mentre la salsedine corrode, ma non riesce ancora a consumare la mia pelle dura, perché è fatta di un materiale resistente assai, che non si lascia indebolire e decomporre con scioltezza o in tempi brevi…
Il tempo della mia fine è ancora troppo lungo; qualcuno ha detto eterno, perché son nata col dono di esser resistente al tempo, molto più solida del vetro che si rompe e leggera più del ferro che si arrugginisce e poi si spezza.
Quando ero sulla terra sono stata una bottiglia di plastica che conteneva dell’acqua minerale, ed una volta consumata mi hanno abbandonata sulla spiaggia, per poi lasciare al vento di spingermi verso il mare, che mi ha lentamente catturata per dare inizio a un lungo navigare a vista, che mi ha portato fin quaggiù… incastrata tra i fondali ed accerchiata da reliquie plasticose, ferraglia e ammassi di cemento e sassi.
Sembro esser “poca cosa”, ma sono forte e indistruttibile, sapete? Anche se ferma a mollo a consumarmi, ho bisogno del mio tempo per riuscirci interamente.
Che ci crediate o no, impiegherò 300 anni per decompormi totalmente, perché il mio corpo è fatto di polietilene tereftalato, conosciuto meglio come PET, a etichettare il vezzo dell’umana ingegneria, che mi ha creato in laboratorio da un miscuglio d'acqua, gas e petrolio per essere perfetta: infrangibile, leggera, non biodegradabile, ma riciclabile, anche se poi mi si abbandona in ogni posto, come quaggiù... nei bassi fondi abissi!
Potessi dire ancor la mia, sarebbe bello. Avrei tanto da dare ancora per il mondo, felicissima di potermi riciclare a nuova vita, ma se ne produce troppa della mia materia e a sempre minor costo, da non valer la pena recuperare ciò che è già bastato a qualcuno per qualcosa: fosse anche solo una bevuta d’acqua prima di tuffarsi in mare!
Vi giuro non è mia la colpa di questo scempio criminale, perpetrato senza ritegno contro il mare, ma dell’idiozia del ragionare umano, che non pone limiti al suo peggior difetto di inventare cose buone solo ad inquinare il cielo, avvelenar la terra sotto i piedi, bruciare le foreste ed ammalare il mare, con questa maledetta plastica: risorsa riciclabile, ma superflua ed ingombrante, buona da usare per una volta sola in monouso, e poi abbandonare al suo ignobile destino... in fondo al mare!


(racconto vincitore nella sezione INEDITI al concorso letterario "PAESAGGI INTERIORI 2020")

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