Racconta di un eroe (Gianfranco Iovino) - Gianfranco Iovino

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racconta di un eroe
in onore e ricordo di padre Igino Lega

«Io l’ho conosciuto davvero un eroe, lo sai?» rivelò Alfredo a suo nipote Alessandro, seduto al suo fianco.
«Davvero, nonno? Dai raccontami, ti prego.» Ilo esortò entusiasta il bambino, durante quella lunga chiacchierata con suo nonno malato, a raccontargli dei suoi successi a scuola e di quel compito da fare a casa: “racconta di un eroe”.
Alfredo fissò suo nipote e quei suoi occhi lucidi di commozione, a sapere che suo nonno fosse stato amico di un eroe, e provò a farsi forza nel fiato e le parole, per lui impresa ardua più di ogni guerra e fame sopportata, oramai allo stremo delle forze fisiche, dopo l’obbligato soggiorno in quella stanza d’ospedale da più di un mese e con la convinzione che fosse giunto il suo tempo; quello dei saluti finali alla vita.
Ma non poteva deludere il nipote e quel suo intimo desiderio di ascoltarsi ancora un po’ la propria voce, lenta e affaticata, quasi immaginasse che potevano essere le ultime parole da pronunciare prima di cedere ad un lungo sonno.
Un colpo di tosse, rimasto però incompleto tra bocca e polmoni, gli servì comunque a schiarirsi un po’ la voce e provare a ricordare della sua esperienza a Lero, quando incontrò il cappellano militare Padre Igino Lega.
«Nonostante sia stato il periodo più brutto della mia vita, ricordo come fossero ieri i giorni all’isola di Lero, a difendere Dodecaneso, un insediamento italiano nell’Egeo, mentre l’esercito tedesco avanzava, spianando ogni cosa incontrasse davanti a sé. Io ero un cannoniere posto su una collinetta a difesa di un’insenatura, dalla quale i tedeschi non riuscirono mai ad attraccare. Ci fu una battaglia sanguinosa che durò cinque giorni, nei quali ho avuto tanta paura di morire ed ho visto tanti miei amici non rialzarsi più dalla pioggia di bombe e colpi di fucile contro. Ricordo che era sera quando una mano si appoggiò alla mia spalla. Era quella di padre Igino, un sacerdote mandato in quel luogo non per combattere, ma assistere con la fede tutti quanti noi. Lui non poteva uccidere, non glielo permetteva il suo Dio, ma diede il proprio contributo a mani nude e quegli occhi profondi, da mettere soggezione per quanto fossero intensi e belli da guardare, perché a differenza nostra non avevano mai paura. Soffriva in silenzio, e per ogni soldato aveva sempre una parola di conforto. Era un uomo  con un carattere forte, indomito come gli eroi. MI raccontò che era stato sui monti di Lero, camminando giorni interi tra fuoco nemico e fame, per raggiungere chi era rimasto isolato. Ricordo che quando ci fu l’attacco definitivo da parte dei tedeschi, con quei maledetti aerei Stukas, mandati giù in picchiata a disseminare bombe e morte ovunque, padre Igino non si staccò da noi, perché non poteva deludere quanti credevano davvero che quell’uomo fosse stato mandato da Dio. Non scappò. Non lo fece mai, accompagnando la nostra sorte da prigionieri fino in Germania, nei campi di concentramento. A Portolago, prima di imbarcarci su alcune navi pronte a spedirci all’inferno, quelo straordinario sacerdote ebbe la forza di radunare a sé l’attenzione di tutti i prigionieri, italiani ed inglesi, per incitarli a non arrendersi all’evidenza, ma resistere per dignità su se stessi, e dare un senso a quanto avevano dovuto subire in quegli anni di dolori e sacrifici, oltre che per il dovere di proseguire ad essere fedeli alla propria Patria. Celebrò l’ultima messa, prima che fossimo tutti deportati, con la forza di mille occhi ad accerchiarlo. Durante la traversata sono stato molto tempo al suo fianco. Era rasserenante vedere come un uomo si facesse forte con la sola forza della fede e provasse a dispensarla ovunque, con l'obbligo di non deludere chi in lui vedeva un uomo giusto, pronto a morire per gli altri, proprio come aveva fatto Gesù su una croce. Ero sul mare ed andavo incontro ad anni di miseria e indegna condizione di vita, ma non avevo paura. Quando guardavo le stelle, puntini lontanissimi da sembrano lentiggini di Dio, mi emozionava stargli accanto e scorgerlo ad alzare lo sguardo al cielo e parlare in silenzio con qualcuno ni mezzo a quel buio. Gli ho sentito dire una volta che “voleva solo che tutti quegli uomini non fossero uccisi, perché anche se nessuna guerra è giusta, e ai vincitori va posto l’onore delle armi e della gloria, nulla può mai accecare nell’uomo il rispetto alla vita.” Quel desiderio lo imprecava, lo chiedeva piangendo. E lo fece anche quando gli andai vicino per chiedere cosa gli stesse dicendo il suo Dio. Lui mi guardò con un’espressione di tenerezza infinita e in silenzio mi accarezzo il viso. Io non capii quel suo gesto. Fu lui a spiegarmelo: “Dio in questo momento non può parlare, è impegnato a stare dentro ognuno di noi, per non farci sentire troppo soli.” Quelle parole mi scaldarono il cuore, e ancora lo fanno quando ci ripenso. Nel campo di concentramento di Meden ci restò poco padre Igino. Si ammalò di tubercolosi e qualcuno dal cuore nobile decise di rimpatriarlo in Italia. Lui, alla fine, non era un prigioniero, ma un condannato volontario del suo apostolato di fede. Non ho più saputo nulla di lui fino a quando andai a cercarlo a Varese per ringraziarlo di quanto fosse servita la sua presenza per tutti noi, e riconsegnargli un po’ di riconoscenza e gratitudine per quella sua immensa fede che ci aveva regalato per aiutarci a sopravvivere nel Lager. Qualcuno mi disse che era morto in un incidente stradale mentre guidava un motorino. Ci rimasi male, perché non potevo più ricongiungermi con un uomo buono che mi aveva insegnato la speranza, e neppure guerra e cannoni lo avevano fermato mai. Di lui porto dentro un dono immenso: la fede in Dio e nella speranza a non arrendersi mai.»
Un colpo di tosse fermò il lunghissimo racconto di Alfredo. Si fermò per prendere fiato, respirando a fatica. Sospirò pensantemente dentro di sé e si passò una mano sul petto dolorante.
Il nipote ebbe paura di quel suo gesto, mentre la madre chiamava l’infermiere: suo padre era grave; Una crisi cardiaca se lo stava portando via per sempre.
I novantadue anni di età erano un peso sul petto dolorosissimo. Il suo cuore era lì per fermarsi, ma trovò ancora forza nell'aprire gli occhi e salutare suo nipote, con un soffio di fiato per raccomandargli di stare attento e vivere con la certezza che lui lo avrebbe protetto dal cielo.
L’affanno nel petto diventò sempre più forte… incessante… «Devo andare», disse Alfredo a suo nipote.
«Dove vai nonno?», chiese il bambino con gli occhi ricolmi di lacrime.
«Dal mio eroe, padre Igino che mi sta aspettando» e su quell'ultima rivelazione, chiuse gli occhi per sempre Alfredo, lasciando che sulle labbra si disegnasse un sorriso di sollievo, da immaginarlo felice di ricongiungersi nuovamente con il suo eroe.



Racconto vincitore del Concorso Luigi Introini” 2012  indetto dall’Associazione Marinai d’Italia di Gallarate (VA)
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