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LA VITA MIA... è mia?
Gianfranco Iovino
Pubblicato da Gianfranco Iovino in BLOG di Gianfranco Iovino · 17 Gennaio 2024
Tags: BLOGDIGIANFRACOIOVINOFINEVITAEUTANASIA
Ritorna prepotente il tema che da sempre divide l’obiettività civica da quella morale cristiana, dove la prima, partendo dal concetto che siamo in un paese democratico, ritiene che “ognuno deve essere libero di scegliere come vivere o morire”, mentre l’altra si frappone con forza ritenendo che “la vita è un dono che nessuno può decidere di interrompere o sopprimere volontariamente”.
Credo sia chiaro a tutti che parlo di EUTANASIA, che letteralmente significa “morte buona” ed è intesa a procurare intenzionalmente la morte di un individuo, la cui vita è condizionata da una malattia incurabile o uno stato vegetativo irreversibile.
Credo sia da prendere in considerazione, nell’analisi oggettiva sulla pratica dell’eutanasia, affermare il principio che non bisogna accettare l’accanimento terapeuticamente su corpi senza più anima, che non hanno nessuna possibilità di ritornare ad essere un giorno “vivi”, per i quali l’eutanasia può essere una salvezza propria e per quanti subiscono quell’infermità perenne, assistendone le pene nel lento e inesorabile percorso volto allo spegnimento; anche se si deve essere coscienti di commettere, comunque, un omicidio. Così come è inevitabile ed opportuno analizzare anche il pensiero opposto, di chi rifiuta simili soluzioni dato che la vita è un dono imprescindibile che nessun essere umano può fermare per sempre.
(anche se mi viene in mente, nell’attimo esatto in cui scrivo questo pensiero, che anche la pena di morte è, alla fine, una soppressione volontaria di vita, che sa di omicidio a carico di chi lo decide (il mandante), chi lo esegue (il criminale) e quanti lo sostengono (i complici).
Chiaramente il mio pensiero personale sarà sempre dalla parte della VITA, ma una riflessione da “persona obiettiva” va improntata, perché se è vero che la pratica del suicidio assistito è, alla fine, un atto di morte compiuto su un essere umano, è pur vero immaginare per ognuno di noi una “morte con dignità”, specialmente nei casi di chi non può guarire e tornare indietro e, spesso, si ritrova ad interpretare involontariamente una vita che è un concentrato di dolore per se stessi e quanti ti assistono nel tuo lungo purgatorio, e se dovessi dirvi la mia, mi espongo sostenendo che la vita è un dono irrinunciabile e inalienabile, e ognuno di noi ha il dovere di viverla e difenderla fino alla fine, in qualsiasi condizione e modo, eccetto quei casi nei quali si diventa un corpo inanimato e assente, impossibile da curare o alleviare nei dolori del fisico, e si decidere di liberare per sempre la sua anima, lasciando che continui a vivere nel cuore e la memoria di chi lo ha avuto accanto e si ricorderà di un dono prezioso e mai un peso che si sovraccarica ogni giorno di più di sofferenza e pena a vederlo così inanimato e perso in un oblio senza ritorno.

Ma… e lo sottolineo con assoluto vigore e determinazione: PER ME l’eutanasia è praticabile solo nei casi in cui il malato è un corpo assente, fatto solo di dolore, senza più anima, per il quale si ha la certezza medica di un’esistenza da vegetale, che non è più tra noi con corpo e pensieri, e neppure con lo sguardo o i minimi gesti, e sopravvive grazie ad una macchina che gli fa battere un cuore… morto però da tempo!

Mi piace chiudere riportando il pensiero di due grandi uomini: Umberto Eco che sosteneva: “l’essere umano deve poter avere il diritto di scegliere la propria morte per il bene degli altri”… mentre Dostoevskij ritiene sia fondamentale: “amare la vita più della sua stessa logica, perché solo allora se ne comprenderà il senso”.








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