ESODO… siamo fuori strada!

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ESODO… siamo fuori strada!

Gianfranco Iovino
Chi da un po’ che non scrivo, e non certo per mancanza di argomenti, ma perché c’è davvero tanta confusione in questo momento intorno a noi, e tutti hanno sempre da dire qualcosa, chi per il Covid e chi per il Clima, chi per la fame e chi per la sete nel mondo e chi per i venti di guerra o gli esodi dei disperati.
Ed oggi voglio proprio soffermarmi su questo ultimo dramma umanitario.  
Se provate a ricercare il significato della parola ESODO vi sarà fornita una spiegazione del genere: un esodo (dal greco ἔξοδος, èxodos, composto di èx “fuori” e hodòs “strada”) è la partenza volontaria di una comunità, o di un gran numero di persone dal proprio paese, per motivi di lavoro, religiosi, politici, etici.
E fin qui tutto regolare, almeno nei limiti della descrizione del termine stesso, ma vogliamo fermarci davvero a credere che gli esodi che scappano da fame, guerra, violenza e dittatura siano “un gran numero di persone” che lasciano la propria terra “volontariamente”?
Dal primo “esodo” conosciuto, quello biblico, ai successivi che la Storia ci elenca come quelli istriani, palestinesi, siriani, albanesi, afgani e, via via, fino ad arrivare a quelli dei giorni nostri, bielorusso o del mediterraneo, si riesce ad individuare facilmente la matrice comune che “obbliga” (non volontariamente) a questi spostamenti di massa: si fugge da fame, carestia, guerra ed oppressione!
Anche perché, se ci si sta bene a casa propria, non c’è ragione per lasciarla, fuggendo via.
Ed io, a voler immaginare una storia da romanzare con trama un esodo, sono letteralmente bloccato all’idea di immaginare cosa possa significare per un uomo dover lasciare le proprie abitudini, consuetudini, averi e poteri per avventurarsi in “viaggi di speranza” alla ricerca della libertà di diritto.
E la cosa che mi inorridisce ancor di più è l’ipotesi che una fuga tra freddo, fame e disperazione si possa concludere davanti ad una barricata, creata da un proprio simile, che ostacola il diritto alla sopravvivenza, respingendo chi ha un solo dovere: riprendere ad interpretare l’infausto destino di oppresso e condannato al peggio.

Senza entrare nel merito politico-sociale di quanto accade in Polonia, piuttosto che in Afghanistan o anche qui da noi in Italia, con i profughi dal mare, mi è doveroso cercare di immaginarmi cosa possa provare un essere umano che, spinto dalla disperazione, si avventura in viaggi di speranza e dolore, a trovarsi respinto da un invalicabile muro. È qualcosa di cattivissimo, oltre che disumano eppure… eppure ancora accade, e di continuo nel mondo, come ad esempio in Israele che sta completando la “chiusura di sicurezza”, di un muro lungo settecento chilometri che la divide dalla Cisgiordania, od anche la striscia di terra lunga duecentocinquanta chilometri che divide la Corea del Nord da quella del Sud, che dovrebbe rappresentare la striscia di pace più assoluta al mondo, ed invece è Il confine più armato del pianeta.
Ma c’è di peggio, come la barriera eretta dagli Stati Uniti lungo il confine con il Messico, nel tratto da Tijuana a San Yisidro in California, che si sviluppa su ventidue chilometri di lamiere e filo spinato, od anche sull’isola di Cipro, grande quasi quanto la Sicilia, dove una “linea verde” separa la comunità greca da quella turca. E, giusto per terminare con altre tre segnalazioni recentissime, c’è quella indipendentista dei russi in Ucraina, quella scozzese in Gran Bretagna e la catalana in Spagna.

Non so cosa ne pensate voi, ma diventa davvero difficile giustificare tutte queste “barriere” in un tempo dove la globalizzazione dovrebbe interessare tutti ed ogni aspetto politico e sociale, per far sì che la libertà possa esprimersi anche attraverso una meta, scelta per ragione, piacere od anche per “fuggire o sfuggire al peggio”, trovandosi però davanti della braccia pronte ad accogliere, anime caritatevoli a guarire i dolori e PONTI che aiutino a superare le barriere, e non maledetti MURI ad ostacolarne il passaggio, perché altrimenti è solo un gran bel parlare, ma poi… si resta soli, al gelo e senza un futuro, davanti ad un filo spinato, che ti respinge all’indietro, mentre altri assistono da lontano alla tua sciagura, restando al caldo di una casa prima di cenare, il tempo ristretto di una notizia da telegiornale, e poi si dimenticano di te… di te che, invece, devi riprendere il viaggio e far ritorno dal mittente di quella tua inutile fuga: la DISPERAZIONE!

“Sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare ora: stringendoci la mano… dandoci tutti la mano. Forza, fatelo adesso, qui, questo ponte e datevi la mano. E’ il grande ponte della fratellanza e dell’accoglienza.” Papa Francesco

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